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lunedì 27 luglio 2015

L'AVVENTURA DEL JAMBOREE IN GIAPPONE


"Ogni ragazzo dovrebbe tornare dal Jamboree con una 

particolare responsabilità sulle sue spalle:

 quella di essere 

un 

apostolo di pace e di buona volontà 

nella sua provincia di origine."

Robert Baden-Powell

domenica 17 agosto 2014

DALLA ROUTE NAZIONALE - LO SCAUTISMO, RISORSA PER L'EDUCAZIONE DEI GIOVANI

Chiavi di lettura di una realtà giovanile 

SCOUT, TRE NOVITÀ SULLA VITA COMUNITARIA


Formazione, contaminazione, reciprocità



L'attenzione riservata dai mass media agli scout dell’Agesci in questo agosto 2014 rappresenta un evento inusuale per chi segue la cronaca estiva delle manifestazioni e dei raduni, incontri sempre importanti e significativi per la comprensione del clima e dei sentimenti diffusi nel Paese. Soprattutto chi guarda con apprensione e speranza agli umori della componente giovanile della società, e in particolare a quelli dei gruppi giovanili di ambito cattolico, non può non essere stato colpito dalla nuova visibilità tributata al movimento scout nella stampa nazionale e nei principali canali televisivi in occasione della Route nazionale di San Rossore.

Non che lo scautismo cattolico non abbia già avuto modo di guadagnare in passato stima e simpatie, per l’azione educativa che svolge nei confronti delle fasce giovanili dagli 8 anni in poi secondo un modello di formazione e uno stile comunitario originali e completi. Dalle regole di vita della legge scout alla capacità di orientarsi e muoversi con rispetto e sicurezza nella natura; dalla organizzazione in piccoli gruppi alla pratica del servizio a favore dei più deboli; dalla espressione di sé attraverso il canto e la recitazione alla spiritualità; dallo sviluppo delle competenze individuali al cammino come scuola di vita.

Fino a oggi, però, quella stima e quella simpatia hanno trovato riconoscimento in una cerchia relativamente ristretta di ambienti sociali, mentre al di fuori di essi il movimento scout viene spesso visto come una sorta di curiosa anomalia, rispetto alle mode e alla 'normalità' della condizione giovanile nel sul complesso, un qualcosa da guardare con ammirazione, ma anche con un po’ di sospettoso distacco. Perché mentre il mondo sembra andare inevitabilmente verso l’individualismo consumistico, gli scout insegnano la comunità, l’essenzialità, la governance partecipativa e ferma e il valore della strada e del progresso per piccoli passi.

Mentre troppi giovani sviluppano un desiderio, per lo più scomposto, di emozioni di facile e superficiale consumo, gli scout insegnano la riflessione, l’impegno, la ricerca di sé, la fraternità, la spiritualità. Mentre il mondo va verso un intellettualismo sterile e verso la fuga nel virtuale, gli scout insegnano la manualità, lo sforzo fisico, la vita nella natura. Mentre tutto sembra spingere verso un pessimismo cosmico, gli scout predicano l’ottimismo della volontà. Mentre le generazioni si allontanano e la trasmissione della vita e dei valori sembrano non interessare più, gli scout parlano di scambio intergenerazionale e di educazione attraverso l’esempio.

Sarebbe interessante, ma lungo e complesso, interrogarsi sui motivi della nuova visibilità dello scautismo (la numerosità dei partecipanti, la presenza del presidente del Consiglio). Vale piuttosto la pena chiedersi cosa possiamo aspettarci da questa nuova visibilità o cosa ci auguriamo che avvenga. Le potenzialità dei media oggi sono una realtà di fatto, ma non sempre la connessione tra sociale vissuto e amplificazione da parte dei mezzi di comunicazione di massa produce gli effetti desiderati, come si deduce da ciò che è accaduto con i social network e con alcuni recenti movimenti di espressione sociale e politica (anti-nucleare, no-tav, ecologisti, popolo viola, indignados ecc.).

Sarebbe davvero un bel risultato se la maggiore comprensione del movimento scout, da parte di gruppi sociali e persone che sinora poco lo hanno conosciuto, desse vita a una riflessione meno scontata su tre aspetti centrali per la vita comunitaria. Innanzitutto, l’importanza del lavoro da effettuare su se stessi, e quella dei cambiamenti che una educazione sana può facilitare dall’interno nella persona umana, e il valore dell’educazione a differenza di forme di movimentismo strumentali alla conquista di posizioni di potere. In secondo luogo, il valore della contaminazione con la diversità, sia che si tratti degli emarginati, che dei portatori di handicap o degli avversari politici. Infine il significato della reciprocità, come volano per una forza innovativa coraggiosa, quella che passa attraverso il riconoscimento delle competenze come base per la gestione di processi comunitari di sviluppo, da contrapporre a molte delle consuetudini regressive in uso delle organizzazioni del nostro tempo.
 

Carla Collicelli, in Avvenire, 16 agosto 2014


martedì 5 agosto 2014

CERCASI INTRAPRENDENZA ... PER ANDARE VERSO IL DOMANI

ALI PER VOLARE

Stupisce la fresca energia di Papa Francesco, nonostante la sua non giovane età.  Assume iniziative, anche al di là dei tradizionali e consolidati schemi protocollari;   ha il coraggio di osare, mette a rischio la sua stessa vita. L’intraprendenza del Sommo Pontefice non è episodica, frutto del desiderio di apparire o di temporanee agitazioni.  Essa proviene da un chiaro progetto di vita, maturato sin da giovane, che dà al Papa il coraggio e la capacità di gestire uno dei ruoli più significativi del mondo,  facendolo diventare uno degli uomini più apprezzati a livello universale. Egli sa trattare alla pari con autorevoli capi di Stato e con poveri barboni, con credenti e non credenti. Non ama perdersi in chiacchiere, ma cerca sempre di andare al sodo.
Questa energia travolgente meraviglia anche gli stretti collaboratori del Papa. Sin dal primo mattino viene opportunamente nutrita e sostenuta da spazi di riflessione e di preghiera. E’ caratterizzata da viva fede, intelligenza, creatività, capacità di guardare oltre, in alto, nel profondo e lontano,  perenne interrogarsi per trovare percorsi idonei alla risoluzione dei numerosi problemi presenti nell'uomo e nel mondo d’oggi. Le sue parole, oltre ad incarnarsi nella realtà quotidiana, indicano con semplicità e con chiarezza  vie nuove e strategie d’intervento.
Papa Francesco ha molto da insegnare sia all’uomo di strada sia al potente di turno, sia al giovane sia all’anziano. Non sta, come tanti suoi coetanei, seduto in panchina, ad osservar chi passa e a parlar del tempo che fu, dei  guai propri o del malaffare altrui, nella sterile attesa di ciò che accadrà.
L’attuale società ha bisogno di questi “profeti” e maestri, capaci di scuotere il nostro quotidiano torpore. Giovani ed adulti abbiamo urgente necessità di divenire intraprendenti. L’intraprendenza è un modo di essere che matura, o si ostacola, sin dalla nascita. Ogni persona nasce con le “ali”, che possono essere aiutate a svilupparsi o essere tarpate. Già nel bambino c’è il desidero innato di correre, esplorare, sperimentare, darsi da fare, interrogarsi ed interrogare. Ogni nascita è, infatti, un’apertura al nuovo sole, un sole che riscalda e dà energia. Talvolta, purtroppo, sin dall’infanzia, invece di sperimentare il calore e l'energia del vivere umano, si è costretti a vivere nella tiepidezza e nella noia e tante inutili paure (o fisime?), specialmente degli adulti, creano persone sterili, paurose, talvolta arroganti. La grave crisi occupazionale - frutto dei grandi cambiamenti che stanno avvenendo nel mondo, ma anche di scelte sbagliate e talora di malaffare, nonché di corta visione – non si risolverà facilmente. Perciò a livello personale e sociale occorre mutare modi di essere e di fare, maturare responsabilità e stili idonei ad affrontare il futuro ed a costruire il bene comune. E’ vero, non sempre è facile essere intraprendenti; la volontà di tanti giovani si scontra con la dura realtà, ci sono mille occasioni d’insuccesso e scoraggiamento. Rispetto ai nostri giovani, che in gran parte vivono in ambienti protetti ed assistiti, sviluppano maggiore intraprendenza ed hanno maggiore fecondità fisica ed intellettuale le migliaia di stranieri che, in mezzo a mille pericoli e vessazioni, arrivano quotidianamente, stremati,  alle nostre coste, pronti a far di tutto per sopravvivere.
Il futuro nostro e del mondo è stato, è e sarà in mano alle persone intraprendenti. Speriamo che ogni forma d’intraprendenza sia sempre legata all’onestà e al comune impegno per costruire ciò che è veramente buono per l’uomo e per la società. L’intraprendenza, per non essere un vano ed estemporaneo agitarsi, deve essere supportata – sia a livello personale sia istituzionale – da solidi ideali, dal coraggio di osare, dalla fiducia in se stessi e negli altri, dall’ottimismo, dalla capacità di gestire i rischi e gli imprevisti, dalla competenza, dal saper guardare con speranza verso il futuro. Non è intraprendenza lo stupido e folle “coraggio” dell’intontirsi di alcool e di droghe esercitato nelle insonni notti della nostra società, ma il coraggio di volare in alto, facendo del proprio meglio per realizzarsi pienamente e per far vivere bene persone ed istituzioni. Mi riferisco anzitutto alla qualità della vita, a quel ben-essere fisico e spirituale, non strettamente connesso alla quantità di denaro posseduto.
Quale spazio c’è nelle nostre famiglie, nelle nostre scuole, nelle nostre comunità ed istituzioni per maturare percorsi di intraprendenza e di vero ben-essere? I nostri ragazzi, le nostre famiglie, le nostre istituzioni respirano aria di coraggio o di paura? di generoso impegno o di sterile passività’? di assistenzialismo o di attivo protagonismo? di sfiducia e diffidenza o di fiducia e apertura? La vera intraprendenza si avvale della preziosa cooperazione tra giovani ed anziani, della feconda interazione tra esperienza ed utopia, del generoso impegno personale e sociale, del quotidiano darsi da fare per essere utili a se stessi e agli altri. Essa non produce denaro facile, ma favorisce l’acquisizione di un forte carattere e di abitudini e competenze spendibili nell'arco  di tutta la vita.
E’ ben noto che il costante impegno – sin da piccoli - nelle associazioni e nelle molteplici attività di vero ed attivo volontariato favorisce lo sviluppo di capacità imprenditoriali. Tale generoso impegno sociale si è dimostrato una buona strada per conquistare quel successo che garantisce qualità di vita e gioia di vivere, una gioia che spinge a far del proprio meglio e che si sparge attorno a noi, dando luce e calore all’ambiente in cui viviamo. Grandi sfide attendono noi, le nostre istituzioni, le nazioni. Nessuno stia a guardare, aspettando un treno che forse tarderà a passare;  non vale la pena scoraggiarsi o piangersi addosso o imprecare contro il potente di turno. E’ opportuno, dunque, darsi da fare, mettersi in cammino. Solo chi cammina raggiunge una meta. Per volare occorre avere ali leggere e una buona meta ove andare, mirare verso l’alto e lontano e sapersi orientare e riorientare, superando ogni paura. Un antico proverbio siciliano dice che “cu nesci arrinesci”, “chi va fuori fa fortuna”. Non è tanto l’andar lontano dalla propria terra, ma anzitutto il  saper uscire dal chiuso di se stessi, dalla gabbia delle cattive abitudini, dal torpore dell’ignavia e della mediocrità, dalle nebbie della disperazione, dalle sterpaglie dell’arroganza, dai letamai del pettegolezzo, per mettersi in cammino – singole persone ed istituzioni - verso ciò che è buono, bello e vero. Il futuro avanza, non possiamo stare alla finestra.
                                                                                                                                   

                                                                                                                                  Giovanni Perrone

venerdì 4 aprile 2014

CORAGGIO CERCASI!

                 
CI VUOL CORAGGIO!                                                            
                 
Quante sciocchezze e quante azioni sconsiderate si compiono per dimostrare a se stessi e agli altri di avere coraggio. Quanti ragazzi (e non solo) restano quotidianamente vittime di “prove di coraggio”! Il coraggio è una cosa seria, non azione improvvisata, avventata e folle, da ostentare per farsi belli di fronte agli altri!
Il termine coraggio deriva dal latino “cor habeo – avere cuore”. Non è questione di muscoli, ma di cuore. “Mi sta a cuore”, perciò sono disponibile a spendermi totalmente per ottenere buoni risultati”. L’annuale ricorrenza pasquale esalta il grande coraggio di chi ha saputo immolare la propria vita per salvare gli altri.
Aver coraggio non vuol dire non aver paura, ma riconoscere che c’è qualcosa di più importante della paura. “E’ normale che esista la paura, diceva Paolo Borsellino, l’importante  è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti”.

Il coraggio non è la stupida ed incosciente ricerca del pericolo o della follia del momento. Il rischio fa parte della vita, non possiamo evitarlo. Lo stesso nascere è rischioso, come l’imparare a camminare. Il problema sta nel saper valutare e gestire responsabilmente il rischio imprevisto o necessario, nell’acquisire le competenze opportune, nel possedere il senso del limite ma anche la voglia di volare in alto per fare sempre meglio. E’ questione di educazione! Buon educatore (genitore o insegnante) non è chi educa alla paura, all’inoperosa quiete e alla noia esistenziale, ma chi sa educare a vivere con coraggio, ad assumere e gestire quelle iniziative e quei rischi necessari ad una vita buona, piena ed attiva. E’ colui che sa vivere e sa far vivere avventure significative che aiutino a maturare. Infatti, scrive Coelho, “il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare e di correre il rischio di vivere i propri sogni”.

Quali idee e quali sogni, però? Quelli dell’autodistruzione? Quelli del far danno a se stessi o agli altri? Quelli dell’alienazione? Quelli del vuoto vivere? Il vero coraggio è fecondo ed intraprendente, non arrogante, sterile ed autoreferente. Non è qualcosa che si manifesta quando capita, ma uno stile di vita che si apprende sin dalla nascita. Purtroppo, talora, siamo guidati dalla paura, dal prioritario ed angoscioso imperativo del “purché non succeda niente!”. Gli stessi genitori, sovente sono angosciati da mille paure, non sempre razionali, pronti a scoraggiare piuttosto che ad orientare e ad incoraggiare.  Capita un incidente in un viaggio scolastico? E’ più facile dire ‘Basta ai viaggi!’ che promuovere interventi educativi che possano evitare eventuali pericoli.  Sappiamo però che, purtroppo, non tutto è evitabile: se vuoi andare in automobile, devi essere consapevole che potrà capitare qualche incidente (per colpa tua o altrui) e nel contempo guidare bene e responsabilmente perché succeda il minor danno possibile. Con la scusa di garantire sicurezza (cosa buona), quanta tiepidezza c’è in giro, anche negli ambienti educativi ed istituzionali! E’ una “tiepidezza” fortemente in contrasto con la bollente ed irruente voglia di vivere adolescenziale.  Chi dirige e chi giudica dovrebbe punire l’incapacità di aver coraggio e l’ignavia, incoraggiando e premiando il coraggio di intrapresa e la capacità di “rischiare per  ottenere il bene”.

Il coraggio, infatti, è concretezza e non virtualità; è la virtù del crescere e dell’agire, dello sperimentare e del camminare verso il buono, il bello e il vero; è la capacità d’interpretare il presente e di andare verso il futuro; di dire sì al bene e no al male. Esso non va confuso con la frenesia e la temerarietà né con l’ansia di mettersi in mostra, di umiliare o soggiogare l’altro. Per aver coraggio bisogna imparare a scegliere, aver fiducia, autostima, entusiasmo, prontezza e fermezza nell’agire, responsabilità, lungimiranza, coerenza, visione positiva della vita, capacità d’impegno e di costanza, anche quando il cielo è coperto di nuvole o qualcosa va storta.

Bisogna, però, saper dare il giusto nome ad ogni azione: Non è coraggio intontirsi con alcool o con  droghe: è stupidità! Non è coraggio umiliarsi e distruggersi con i vizi: è follia! Non è coraggio correre follemente o guidare in malo modo: è incoscienza! Non è coraggio danneggiare le cose altrui o il bene comune: è inciviltà! Non è coraggio far finta di lavorare o fare il meno possibile: è inettitudine! Non è coraggio ritenere di aver sempre ragione e non sapersi mettere in discussione: è arroganza! Non è coraggio minacciare gli altri o far loro violenza: è criminalità! Non è coraggio “farsi i fatti propri”: è irresponsabilità!  Non è coraggio comportarsi da mafioso, chiedere il pizzo, rubare, sopraffare: è delinquenza! Non è coraggio utilizzare a fini personali o dilapidare il pubblico denaro: è latrocinio! Non é coraggio “fregare lo Stato o il prossimo”, evadere le tasse o non rispettare le leggi: é illegalità! E così via.

Il coraggio ci fa subito pensare alle azioni mirabolanti, ai grandi uomini e alle grandi sfide. Possono essere di esempio e di stimolo.  Non possiamo, però, attendere, con le mani in mano, che arrivi la volta buona per mettere alla prova il nostro coraggio. Esso è una sfida continua per ciascuno di noi, grandi e piccoli, a vivere bene la meravigliosa avventura della vita. Perciò l’arte del coraggio va esercitata ogni giorno, orientata da valori e supportata da una competenza che cresce, da una responsabilità che matura, da una cittadinanza attiva, da una forte fede, dalla capacità di operare con e per gli altri al fine di costruire il bene comune. E’ il coraggio di fare sempre del proprio meglio, con intelligenza, con entusiasmo  e con generosità, con coerenza e viva testimonianza: il coraggio della quotidianità!                                                                                                                                                                                                                                                  Giovanni Perrone


mercoledì 20 novembre 2013

Giovani oltre gli stereotipi. Sono studiosi e impegnati

Giovani oltre gli stereotipi.  Sono studiosi e impegnati

Presentato il Rapporto 2013 di Istituto Toniolo e Fondazione Cariplo.
I ragazzi dichiarano di avere molta fiducia nella famiglia e nella scuola. Non sono schizzinosi: il 47% si adatta a impieghi pagati poco e il 46,5% svolge attività non coerenti con il titolo di studio. Il 48% è pronto ad andare all’estero per un’occupazione.
Hanno valori forti e sognano un Paese capace di aiutarli. E, invece, si trovano con istituzioni in cui nutrono scarsa fiducia: partiti e Parlamento sono bocciati senza appello, mentre si salvano l’Unione Europea e il Presidente della Repubblica Nonostante tutto, più della metà vuole una famiglia con almeno due figli. Un grande segno di speranza
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I giovani che non ti aspetti. Altro che bamboccioni, “choosy” (schizzinosi) e poco impegnati. Il “ritratto del giovane italiano”, che emerge dal Rapporto, curato da Ipsos per Istituto Toniolo e Fondazione Cariplo, presentato ieri alle Gallerie d’Italia di Milano, è di tutt’altro tenore e mostra una generazione (quella dei cosiddetti “millennials”, diventati maggiorenni do­po il 2000), che ha voglia di prendere in mano la propria vita, di costruire da sé il proprio futuro, ma si scontra con un sistema Paese incapace di offrire vere opportunità e so­stenere chi vuole mettersi in gioco.
Il lavoro  
Anche se l’80% dei giovani intervistati si dichiara «complessivamente soddisfatto» del proprio lavoro, leggendo tra le righe dell’indagine si scopre una realtà molto più articolata e, per certi versi, preoccupante, soprattutto sul versante della qualità del lavoro stesso. Il 47% del campione dichiara, infatti, una «bassa soddisfazione» del livello salariale raggiunto, anche se è costretto ad adeguarsi, mentre il 46,5% svolge un lavoro non coerente con il percorso di studio seguito. A dimostrazione di un grande spirito di adattamento, il 48% dei giovani italiani si dichiara pronto ad andare all’estero per migliorare le proprie opportunità di lavoro. Ma anche allontanarsi dalla famiglia di origine, persino espatriare non è garanzia di successo. Il 65,3% dei maschi e il 61,8% delle ragazze che ci hanno provato, dopo un periodo di autonomia lontano da casa, sono tornati a bussare alla porta dei genitori perché costretti a rientrare. In questo la crisi economica ha giocato un ruolo importante, dato che il 46,7% di chi oggi è senza lavoro, l’ha perso alla scadenza del contratto che non è più stato rinnovato.
La famiglia
Tra le certezze della vita, gli intervistati al primo posto mettono, ancora una volta, la famiglia. E questo vale sia per il nucleo di origine, sia (e a maggior ragione) per la famiglia che desiderano formare. Per il 76,5% la famiglia «tiene» e per l’84% l’esperienza familiare è stata di aiuto nel coltivare le proprie passioni e nell’affermarsi nella vita. L’87,8% trova nella famiglia di origine un sostegno nel perseguire i propri obiettivi. Forti di un’esperienza positiva, per la gran parte degli intervistati, i giovani desiderano allora formarsi una fa­miglia propria e la sognano numerosa. Il 57,9% delle ragazze e il 53,3% dei ragazzi vuole mettere al mondo almeno due figli e solo una minoranza (il 5,5 % delle donne e il 9,3% degli uomini) pensa di non averne.
Le istituzioni
Bocciate senza appello. I giovani intervistati per il Rapporto 2013 non hanno certo risparmiato critiche alle istituzioni, verso cui non nutrono grande fiducia. Anzi, scorrendo i giudizi espressi si può appunto parlare, come fanno i ricercatori, di «solenne bocciatura».
All’ultimo posto si trovano i partiti politici, che hanno ricevuto la sufficienza (voto maggiore o uguale a 6) appena dal 9,2% del campione.
Non va molto meglio al governo, sufficiente per il 17%, mentre i sindacati sono riusciti a strappare un 6 al 29% degli intervistati. In cima alla graduatoria troviamo l’Unione Europea, promossa dal 41,8% dei giovani italiani, seguita dal Presidente della Repubblica (37,9%).  Molta fiducia è riversata sulla scuola (promossa dal 56,8%) e sulle forze dell’ordine (56,2%). Un discorso a parte merita la Chiesa cattolica, che ha ricevuto la sufficienza dal 53,2% dei giovani. Le interviste, però, sono state effettuate prima dell’elezione di papa Francesco.
Paolo Ferrario

IL PRIMO RITRATTO DEI “MILLENNIALS”
Il Rapporto giovani, promosso dall’Istituto Toniolo e dalla Fondazione Cariplo, è stato realizzato dal centro ricerche Ipsos su un campione di 9mila persone tra i 18 e i 29 anni, che sarà seguito per cinque anni. «L’impostazione della ricerca – spiega il demografo dell’Università Cattolica, Alessandro Rosina, tra i curatori dell’indagine – consente un esame approfondito di importanti passaggi biografici degli intervistati, come la conclusione del percorso formativo, l’entrata nel mondo del lavoro, l’abbandono della famiglia di origine o la nascita del primo figlio». I temi dell’indagine, in una dimensione generale, riguardano i valori, le aspettative, i progetti e le scelte di vita dei giovani, la loro percezione della Chiesa, la fiducia nelle istituzioni, il loro ruolo nella società civile e il rapporto tra le generazioni. Nello specifico, i giovani sono intervistati su grandi temi: la scuola, il lavoro, le nuove tecnologie e i nuovi linguaggi, lo sviluppo sostenibile, la partecipazione e l’impegno sociale.
«Scopo fondamentale del Rapporto – prosegue Rosina – è comporre il più approfondito e articolato ritratto della generazione dei millennials, cioè di coloro che hanno raggiunto i 18 anni nel nuovo millennio, una fascia di popolazione cruciale per comprendere l’evoluzione della società italiana nel breve­medio


Avvenire, 19.11.2013. pag. 5

venerdì 6 settembre 2013

7 SETTEMBRE - INSIEME PER LA PACE


SABATO 7 SETTEMBRE - GIORNATA DI PREGHIERA E DI DIGIUNO PER IMPLORARE LA PACE IN SIRIA E NELLE ALTRE PARTI DEL MONDO DILANIATE DALLA VIOLENZA E DALLA GUERRA .... perché ciascuno impari ad essere costruttore di pace.

IL DIGIUNO .... PERCHÉ'? 
IL DIGIUNO CI INSEGNA COSA VALE DAVVERO

Spiazzati un’altra volta, verrebbe da dire dopo aver letto per l’intera settimana le reazioni degli opinion leader e dei giornali sull’invito al digiuno di Papa Francesco. C’è chi non capisce il nesso con l’imminente minaccia di una guerra, come Vittorio Feltri sul Giornale (ma non capire può anche voler dire che mancano categorie di lettura...) e chi invece punta sul discorso della dieta, confondendo i piani. E riducendo al piccolo orizzonte di se stessi.  
Curiosa è poi l’associazione digiuno uguale protesta, quasi che Pannella, con i bagni mediatici di questi anni abbia dettato la linea, esattamente come la detta Bruno Vespa quando fa una delle sue trasmissioni dedicate alle diete che sortiscono l’effetto di non chiarire mai le idee. Ma quella del Papa è davvero un’altra cosa, che implica innanzitutto un desiderio di seguirlo per capire più a fondo cosa voglia dire questo momento storico. Seguirlo nel gesto del digiuno significa cercare un centro, affidarsi a un’idea di distacco che alla fine incide sulla coscienza di ciascuno più che sull’adipe, come hanno ironizzato alcuni. Ciò che, infatti, manca in questo tempo è una coscienza comune rispetto a ciò che vale veramente. 
E il digiuno apre una domanda proprio a questo: cosa vale, per cui conviene "rinunciare" a posizioni personali che possono condurre addirittura a dei conflitti? Certo l’esperienza del digiuno è anche un esercizio alla misura e, materialmente, a ciò di cui abbiamo bisogno, che proprio l’esperienza della fame è capace di risvegliare. Alcuni studiosi di alimentazione hanno rilevato che nella dinamica della Chiesa ci sono tante risposte ai bisogni dell’oggi, anche in fatto di alimentazione. Ma che tutto si riduca poi alla Fast Diet è come troncare la possibilità di conoscere qualcosa di più profondo. 
Come la regola di San Benedetto che codifica la misura (anche il vino, che è indicato in un’emina al giorno, corrisponde più o meno ai due bicchieri che mettono d’accordo quasi tutti i dietologi moderni). Ma il fascino di quella regola sta nel fatto di stare sempre sopra al rischio di dipendere da altro che non sia l’Altro. I monaci, mi spiegò il sociologo Leo Moulin, quando lo conobbi 20 anni fa, mangiano in silenzio non per un misticismo particolare, ma perché in quel modo vivono una tensione al gusto (a ciò che hanno davanti per saziarsi con misura) e poi perché si educano a essere attenti alle esigenze del vicino. 
Esigenze concretissime: gli manca il sale e glielo passo, gli manca l’acqua e gliela verso. In questo modo mangiano esattamente come se pregassero con il recto tono, realizzando un unisono, ossia una comunione anche in quel gesto molto concreto e materiale. Ma pensiamo solo se in un normale pranzo a casa nostra avessimo le medesime attenzioni (ma anche solo un centesimo) dei monaci intorno alla loro mensa. Detto questo, il digiuno di Papa Francesco a me sembra un fantastico invito alla comunione, sedimentata dal silenzio, che può far molto di più dei tanti "ma" e dei tanti "se", che coinvolgono le povere discussioni di questi giorni. E se il segreto per capire fosse semplicemente provare a seguire senza retropensieri quello che dice il Papa? Costa proprio così tanto?
                                                                                                                                   Paolo Massobrio

Avvenire, 6 settembre 2013


venerdì 19 aprile 2013

CENTRO SCOUT: L'ARTE DEL PRENDERSI CURA, UNA SFIDA CONTINUA



La RETE dei CENTRI SCOUT ITALIANI è sorta cinque anni fa come spazio di dialogo e interazione per i vari luoghi da campo deputati alle tipiche attività scout al fine di favorire un cammino comune – nel rispetto della peculiarità di ciascuna Associazione e di ciascun Centro – per promuovere ed implementare la qualità del servizio offerto. Ogni Centro Scout viene definito “spazio educativo ove giovani ed adulti  possono svolgere attività educative idonee alla loro età e alle loro esigenze educative, nel rispetto dei valori evidenziati dalla Legge delle Guide e degli Scout” (dalla Carta dei Valori). Ha caratteristiche legate alla sua storia e all’ambiente in cui è inserito, nonché alle specifiche competenze degli animatori del Centro. La specificità diventa dinamica risorsa, non solo per il Centro  Scout, e occasione di servizio competente nei confronti degli ospiti. E’ una specificità che va salvaguardata, curata ed implementata.
In quanto “spazio educativo”,  ogni Centro è luogo ove si esercita la cittadinanza attiva, luogo di confronto, di cooperazione, ove si vivono esperienze significative che favoriscono la piena maturazione di quanti lo utilizzano......

Leggi:  L'ARTE DEL PRENDERSI CURA IN UN CENTRO SCOUT

venerdì 15 febbraio 2013

L'ALTRO COME VALORE


Un bisogno di autentico amore
I rapporti umani si basano sull'impegno personale e sulla scoperta del valore dell'altro
                                                                                                                         
                                            di Carlo Climati *
ROMA, 15 Febbraio 2013 (Zenit.org) -

 Che cos’è l’amore per le nuove generazioni? Negli ultimi anni, purtroppo, i giovani sono bersagliati da un certo tipo di non-cultura che tende a ridurre questo stupendo sentimento ad una dimensione egoistica, superficiale, priva di senso.
           Per accorgersene, basta accendere la televisione e dare un’occhiata a certi programmi in cui l’amore viene privato del suo significato più profondo. Si elimina qualunque accenno al futuro, allo sforzo, all’impegno, alla progettualità.
               Non a caso, in alcuni telefilm vengono proposti modelli di vita assolutamente distorti: i soliti studenti del college che bruciano un rapporto dietro l’altro, senza mai unirsi stabilmente.
      Certi personaggi non amano. Non si impegnano mai. Preferiscono collezionare “storie”, “episodi”, “parentesi” momentanee.
        Le conseguenze di simili spettacoli sono disastrose. Il messaggio che viene trasmesso al giovane telespettatore, di fatto, è questo: “Se vuoi essere qualcuno, devi assomigliare al protagonista del telefilm. Alla tua età non hai ancora fatto sesso? Che cosa aspetti?”
             “Fare sesso” è un’espressione vuota e spoetizzante, che oggi va molto di moda. Ma ce ne sono tante altre. La più ingannevole, senza dubbio, è “il sesso sicuro”. È nata in seguito alla diffusione dell’Aids e racchiude un messaggio davvero fuorviante: “Vuoi continuare a vivere senza alcun impegno? Va benissimo! Però non dimenticare la protezione del profilattico!”.
         È davvero questa la strada giusta da seguire? Si può rispondere alla domanda con un esempio. La cintura di sicurezza ed il casco sono sicuramente strumenti utili, che possono contribuire a limitare i danni in caso di incidenti stradali. Ma non possono rappresentare una completa soluzione al problema. La vera soluzione sta nella prudenza e nella correttezza di chi guida l’automobile o la moto, rispettando i limiti di velocità e le regole del codice.
           Lo stesso discorso vale per i rapporti umani. L’unica, vera maniera per combattere l’Aids è quella di promuovere un’autentica cultura dell’amore, anche a costo di pronunciare parole che oggi sembrano suscitare scandalo, come “verginità”, “purezza” e “castità”.
          Oggi, purtroppo, sembra prevalere una mentalità superficiale, figlia della non-cultura del non-impegno, tipica dei nostri tempi.
Il più grande male è la fuga da ogni sforzo, la voglia di non assumersi responsabilità. Se arriva un figlio indesiderato, si può eliminare con l’aborto. Se un rapporto diventa troppo impegnativo, si può scappare via e tuffarsi nei rapporti “usa e getta”.
        Di conseguenza l’amore tra due persone non è più un bellissimo dono, ma uno squallidissimo prestito. Si riduce ad un misero contratto a tempo determinato, dal quale scappare quando si presentano i primi sforzi da affrontare. Non a caso, negli ultimi anni, si è parlato di introdurre i “divorzi-lampo”, per accelerare la fuga dal matrimonio.
       Alla base di certe distorsioni mentali c’è un problema più profondo: l’assenza di un’autentica cultura di considerazione del valore dell’altro. La sfida controcorrente da proporre ai giovani è quella suggerita da Gesù: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. È da qui che bisogna ripartire.

* Carlo Climati, giornalista e scrittore, esperto in problematiche giovanili. Una sua recente opera: "IL POPOLO DELLA NOTTE!"
  Vedi: CARLO CLIMATI

lunedì 31 dicembre 2012

BEATI GLI OPERATORI DI PACE



ANNO NUOVO: BEATI GLI OPERATORI DI PACE

Invito alla lettura del messaggio pontificio per il primo gennaio.

 Siamo chiamati ad un quotidiano impegno per costruire il bene comune per una società ove regnino giustizia e pace.

                                                                                                                                                                                   di Giovanni Perrone 

Un messaggio di speranza quello del Papa per la Giornata Mondiale della Pace che tradizionalmente si celebra il primo dell’anno. E’ una speranza che ha le sue radici in Dio e che interpella ogni persona affinché si dia da fare per costruire la pace a partire dal suo “quotidiano”. Lo stesso tema “Beati gli operatori di pace” invita ciascuno ad agire e manifesta una stretta e dinamica relazione tra la felicità (che viene auspicata da ogni scambio augurale di questi giorni) e la pace. La felicità e la beatitudine, scrive il Papa, sono assicurate a “tutti coloro che si lasciano guidare dalle esigenze della verità, della giustizia e dell’amore”.
La pace è un dono che si fa dono, frutto di cooperazione tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e gli uomini: “L’uomo è fatto per la pace che è dono di Dio ….  La beatitudine di Gesù dice che la pace è dono messianico e opera umana ad un tempo. In effetti, la pace presuppone un umanesimo aperto alla trascendenza. È frutto del dono reciproco, di un mutuo arricchimento, grazie al dono che scaturisce da Dio e permette di vivere con gli altri e per gli altri. L’etica della pace è etica della comunione e della condivisione”.
La pace, infatti, esalta la dignità dell’uomo e promuove vera vita: “Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace”.
Di fronte alle mille ingiustizie, alle molteplici forme di violenza e d’illegalità, ai mali sociali, alle sofferenze dei bisognosi, alle numerose guerre potremmo tutti tentati di ritenere impossibile un futuro di pace. Invece, il Papa ci ricorda che “la pace non è un sogno, non è un’utopia: è possibile. I nostri occhi devono vedere più in profondità, sotto la superficie delle apparenze e dei fenomeni, per scorgere una realtà positiva che esiste nei cuori, perché ogni uomo è creato ad immagine di Dio e chiamato a crescere, contribuendo all’edificazione di un mondo nuovo”. Infatti, “il desiderio di pace corrisponde ad un principio morale fondamentale, ossia, al dovere-diritto di uno sviluppo integrale, sociale, comunitario, e ciò fa parte del disegno di Dio sull’uomo.”
Il bene comune auspicato da tutti, purtroppo talora solo a parole, deve stare a cuore di quanti si ritengono operatori di pace. Il Papa evidenzia ciò con chiarezza: “Desidero ribadire con forza che i molteplici operatori di pace sono chiamati a coltivare la passione per il bene comune della famiglia ( … cellula base della società dal punto di vista demografico, etico, pedagogico, economico e politico …) e per la giustizia sociale, nonché l’impegno di una valida educazione sociale …. Una missione speciale nei confronti della pace è ricoperta dalle istituzioni culturali, scolastiche ed universitarie. Da queste è richiesto un notevole contributo non solo alla formazione di nuove generazioni di leader, ma anche al rinnovamento delle istituzioni pubbliche, nazionali e internazionali”. Formazione e rinnovamento che esaltano il ruolo della famiglia, anzitutto, nonché di tutte le istituzioni educative.
Il messaggio pontificio fa espresso riferimento ai notevoli problemi economici che oggi ostacolano la nostra società, invitando a saper trarre profitto delle stesse difficoltà: “Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica – che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze – sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico”.
L’urgenza di un forte impegno educativo, caro al Papa, mette in luce l’emergere della “necessità di proporre e promuovere una pedagogia della pace”. E’ una pedagogia che interpella ogni persona e richiede percorsi di conversione da vivere non con grandi proclami, ma nel quotidiano cammino della vita. Infatti, “richiede una ricca vita interiore, chiari e validi riferimenti morali, atteggiamenti e stili di vita appropriati. Difatti, le opere di pace concorrono a realizzare il bene comune e creano l’interesse per la pace, educando ad essa. Pensieri, parole e gesti di pace creano una mentalità e una cultura della pace, un’atmosfera di rispetto, di onestà e di cordialità. Bisogna, allora, insegnare agli uomini ad amarsi e a educarsi alla pace, e a vivere con benevolenza, più che con semplice tolleranza”.
Dall’appello del Sommo Pontefice scaturisce un buon progetto di vita per l’anno nuovo, un progetto “di formazione e rinnovamento” personale e sociale affidato alla responsabilità di ciascuno e di ogni istituzione, progetto da saper incarnare giorno per giorno nel nostro peregrinare lungo i sentieri della vita e del mondo. Tutti ne siamo responsabili!
 
Leggi:


"La vera felicità si conquista facendo felici gli altri ....  Impegnatevi a lasciare il mondo migliore di come lo avete trovato."
 

martedì 4 settembre 2012

I RIBELLI SIAMO NOI!

I RIBELLI SIAMO NOI!

Si! I Ribelli siamo noi.
Noi quando ce ne andiamo randagi e liberi lungo le strade e sentieri di campagna mentre altri si chiudono come topi ballerini in capannoni pieni di rumori e di stupefacenti.
Si! I Ribelli siamo noi.
Noi quando ci inebriamo della luce della luna e delle stelle, mentre altri sono solo capaci di uscire ubriachi e offuscati da una notte di bagordi.
Si! I Ribelli siamo noi.
Noi quando amiamo il silenzio delle grandi vette, il rincorrersi dei profili dei monti lontano all'orizzonte, il biondo colore dell'erba ai primi raggi dell'alba, mentre altri sono rimbambiti dal frastuono delle città, immersi nel grigio dell'asfalto e del cemento, indifferenti alla bellezza che nonostante tutto sta loro intorno.
Si! I Ribelli siamo noi.
Noi che ce ne infischiamo dei soldi e della carriera e troviamo piacere nelle cose semplici e nelle amicizie, mentre gli altri sgomitano per farsi largo e si arrampicano affannosamente cercando un successo fatto anche di imbrogli, ipocrisie e tradimenti.
Si! I Ribelli siamo noi.
Noi quando siamo capaci di spegnere lo stereo, la tele, il cine e il cd e apriamo la porta di casa per andare a conoscere di persona il mondo, gli uomini e le donne che abitano il pianeta, mentre altri si chiudono a guardarlo dal buco della serratura di una rappresentazione virtuale e priva di vita.
Si! I Ribelli siamo noi.
Noi quando siamo capaci di sporcarci le mani, di comprometterci in prima persona, di accettare le inevitabili contraddizioni che comporta il vivere e l'amare, di piegare la schiena per ascoltare le deboli parole di chi è malato e di chi soffre, mentre altri ci deridono e ci giudicano sprezzanti dall'alto delle loro fredde virtù prive d'amore.
Si! I Ribelli siamo noi.
Quando sappiamo vincere la timidezza e i timori e accettiamo di salire sul grande palcoscenico della vita per interpretare da veri protagonisti il ruolo che il Buon Dio ci ha affidato, mentre tanti altri si limitano a restare nell'ombra della platea capaci solo di ridere o fischiare se lo spettacolo non è di loro gradimento.
Si! I Ribelli siamo noi.
Noi se sapremo fare tutte queste cose con serenità d'animo, testa dritta e sorriso sulle labbra e col desiderio di coinvolgere nel Grande Gioco anche chi per il momento ne è rimasto fuori perché siamo convinti che la vita meriti di essere vissuta fino in fondo, da autentici ribelli.

(Roberto Cociancich)