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giovedì 10 dicembre 2015

VINCERE L'INDIFFERENZA PER CONQUISTARE LA PACE

                                                                  MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCOPER LA CELEBRAZIONE DELLA 
XLIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 

1° GENNAIO 2016

Vinci l’indifferenza e conquista la pace

......  l’atteggiamento dell’indifferente, di chi chiude il cuore per non prendere in considerazione gli altri, di chi chiude gli occhi per non vedere ciò che lo circonda o si scansa per non essere toccato dai problemi altrui, caratterizza una tipologia umana piuttosto diffusa e presente in ogni epoca della storia. Tuttavia, ai nostri giorni esso ha superato decisamente l’ambito individuale per assumere una dimensione globale e produrre il fenomeno della “globalizzazione dell’indifferenza”.
La prima forma di indifferenza nella società umana è quella verso Dio, dalla quale scaturisce anche l’indifferenza verso il prossimo e verso il creato. È questo uno dei gravi effetti di un umanesimo falso e del materialismo pratico, combinati con un pensiero relativistico e nichilistico. L’uomo pensa di essere l’autore di sé stesso, della propria vita e della società; egli si sente autosufficiente e mira non solo a sostituirsi a Dio, ma a farne completamente a meno; di conseguenza, pensa di non dovere niente a nessuno, eccetto che a sé stesso, e pretende di avere solo diritti [4].........
..... L’indifferenza nei confronti del prossimo assume diversi volti. C’è chi è ben informato, ascolta la radio, legge i giornali o assiste a programmi televisivi, ma lo fa in maniera tiepida, quasi in una condizione di assuefazione: queste persone conoscono vagamente i drammi che affliggono l’umanità ma non si sentono coinvolte, non vivono la compassione. Questo è l’atteggiamento di chi sa, ma tiene lo sguardo, il pensiero e l’azione rivolti a sé stesso. Purtroppo dobbiamo constatare che l’aumento delle informazioni, proprio del nostro tempo, non significa di per sé aumento di attenzione ai problemi, se non è accompagnato da un’apertura delle coscienze in senso solidale [7]. .........
...... In altri casi, l’indifferenza si manifesta come mancanza di attenzione verso la realtà circostante, specialmente quella più lontana. Alcune persone preferiscono non cercare, non informarsi e vivono il loro benessere e la loro comodità sorde al grido di dolore dell’umanità sofferente. Quasi senza accorgercene, siamo diventati incapaci di provare compassione per gli altri, per i loro drammi, non ci interessa curarci di loro, come se ciò che accade ad essi fosse una responsabilità estranea a noi, che non ci compete [9]. «Quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, certamente ci dimentichiamo degli altri (cosa che Dio Padre non fa mai), non ci interessano i loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono… Allora il nostro cuore cade nell’indifferenza: mentre io sto relativamente bene e comodo, mi dimentico di quelli che non stanno bene» [10].......
.........6. La solidarietà come virtù morale e atteggiamento sociale, frutto della conversione personale, esige un impegno da parte di una molteplicità di soggetti, che hanno responsabilità di carattere educativo e formativo.
Il mio primo pensiero va alle famiglie, chiamate ad una missione educativa primaria ed imprescindibile. Esse costituiscono il primo luogo in cui si vivono e si trasmettono i valori dell’amore e della fraternità, della convivenza e della condivisione, dell’attenzione e della cura dell’altro. Esse sono anche l’ambito privilegiato per la trasmissione della fede, cominciando da quei primi semplici gesti di devozione che le madri insegnano ai figli [25].
Per quanto riguarda gli educatori e i formatori che, nella scuola o nei diversi centri di aggregazione infantile e giovanile, hanno l’impegnativo compito di educare i bambini e i giovani, sono chiamati ad essere consapevoli che la loro responsabilità riguarda le dimensioni morale, spirituale e sociale della persona. I valori della libertà, del rispetto reciproco e della solidarietà possono essere trasmessi fin dalla più tenera età. Rivolgendosi ai responsabili delle istituzioni che hanno compiti educativi, Benedetto XVI affermava: «Ogni ambiente educativo possa essere luogo di apertura al trascendente e agli altri; luogo di dialogo, di coesione e di ascolto, in cui il giovane si senta valorizzato nelle proprie potenzialità e ricchezze interiori, e impari ad apprezzare i fratelli. Possa insegnare a gustare la gioia che scaturisce dal vivere giorno per giorno la carità e la compassione verso il prossimo e dal partecipare attivamente alla costruzione di una società più umana e fraterna» [26]. .......

martedì 4 agosto 2015

ALLA RICERCA DEL LIMITE


IL «CASO COCORICÒ» E L’ALLEANZA CHE SERVE

L’EQUILIBRIO DEL LIMITE

Tutti ci ricordiamo di Pinocchio e delle sue fatiche per diventare uomo. Molti luoghi frequentati dai nostri ragazzi non assomigliano  al paese dei balocchi? E quanti sono i gatti e le volpi pronti a ...
                                                                                                                                                      
                                                                                                                       
di MAURO MAGATTI

        Si deve per forza arrivare alla tragedia per spingere l’opinione pubblica e, di conseguenza, le istituzioni a occuparsi (almeno per un momento) dei problemi di tutti? Il «Cocoricò» è noto a Riccione e in mezza Italia. Tanto più che nel corso degli anni ci sono stati diversi episodi che lo avevano visto tristemente protagonista. Per questo, la tardiva decisione di chiudere temporaneamente il locale romagnolo, pur se condivisibile, lascia diversi dubbi: la decisione restrittiva segna davvero un cambiamento di atteggiamento, oppure si tratta di un’azione-tampone volta solo a placare la reazione emotiva dell’opinione pubblica?
     Per un paio di giorni la discussione s’infiammerà: da una parte i favorevoli – finalmente! È ora di combattere il lassismo! –, dall’altra i contrari – chiudere un locale non serve a nulla: la droga viene consumata dappertutto! Con il rischio che nel giro di una settimana tutto torni come prima: i genitori lasciati soli nel loro sforzo educativo, i locali indisturbati nel gestire il loro business e nel subire (o tollerare) quello degli spacciatori, le istituzioni affannate dietro l’ultima emergenza.......

 Leggi: L'EQUILIBRIO DEL LIMITE





domenica 26 luglio 2015

RESPONSABILI DI CIO' CHE VERRÀ' - Per un'etica del futuro

RESPONSABILI
 dell'OGGI  e del DOMANI

Papa Francesco nell’Enciclica Laudatu si’ si pone questa domanda: “Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? […].[1] e continua il discorso dicendo
“[…] se questa domanda viene posta con coraggio, ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi molto diretti: A che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi? Pertanto, non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. Siamo noi i primi interessati a trasmettere un pianeta abitabile per l’umanità che verrà dopo di noi. È un dramma per noi stessi, perché ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra.
Le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia. Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni. L’attenuazione degli effetti dell’attuale squilibrio dipende da ciò che facciamo ora, soprattutto se pensiamo alla responsabilità che ci attribuiranno coloro che dovranno sopportare le peggiori conseguenze”[2].
Come si vede, il Papa si pone dei problemi che riguardano la nostra responsabilità morale riguardo al futuro dell’umanità e dell’ambiente. Propriamente si può affermare che il Pontefice sostiene un’ ”etica del futuro”, la quale è ........

mercoledì 10 giugno 2015

EDUCARE : COLTIVARE L'UMANO CON PASSIONE


In preparazione al 5° Convegno Nazionale Ecclesiale di Firenze

Coltivare l’umano con passione

di Pierpaolo Triani*

Il fine profondo dell’istruzione sta nel sostenere le persone nel loro cammino verso l’autenticità e la valorizzazione di tutte le proprie dimensioni.
La scuola è a servizio di chi? La risposta, idealmente, è scontata.
Le diverse realtà formative che costituiscono il sistema scolastico non possono essere a servizio di loro stesse, delle regole interne di funzionamento, dei loro crescenti adempimenti burocratici ed amministrativi.
Il punto focale delle scuole non è neppure rappresentato dalla sola esecuzione dei propri ‘compiti’, svolti con professionalità dagli insegnanti e con serietà e responsabilità dagli alunni.
L’insegnamento non è il fine della vita scolastica, è uno ‘strumento’, che trova la sua ragione d’essere in altre finalità.
Ugualmente lo sforzo dei ragazzi di imparare ha il suo orizzonte al di là delle singole perfomance; il rispondere attivamente alle diverse richieste della scuola non è lo scopo ultimo, ma è la strada per accrescere le risorse personali, per un apprendimento significativo. Il sistema scolastico non è neppure soltanto a servizio della coesione sociale o della competitività di un Paese. Si tratta di scopi importanti e imprescindibili, ma c’è ben altro. Il senso ultimo risiede nell’essere a servizio di ogni bambino e ragazzo per promuoverne gradualmente, attraverso l’incontro attivo con la cultura umana nella pluralità delle sue espressioni e forme, la libertà e la responsabilità, la cura di sé e degli altri; la capacità di prendere in mano se stesso e di sentirsi parte di una comunità.
Il fine più profondo dunque, attorno a cui dovrebbero ruotare tutti gli altri, sta nel sostenere le persone nel loro cammino verso l’autenticità, verso l’appropriazione e la valorizzazione delle proprie dimensioni relazionali, affettive, cognitive, spirituali, storiche, sociali.
La scuola, logicamente, non è sufficiente, ma è necessaria e decisiva. Per promuovere la persona, le scuole hanno bisogno di intensificare l’attenzione verso la qualità del loro contesto vitale, ossia la loro capacità di essere dispositivo e ambiente umanizzante. Per crescere in umanità abbiamo bisogno di incontrare la passione e la cura dell’umano degli altri.
La scuola ha ragione d’essere se riesce a ‘coltivare’ l’umano.
I cinque verbi che saranno oggetto dei lavori del Convegno ecclesiale di Firenze indicano un possibile stile per prendersi cura della persona e possono rappresentare un interessante esercizio di riflessione anche per una scuola che voglie farsi sempre più umanizzante.
Uscire. Quanto e in che modo, come scuola, sappiamo andare oltre la paura di non farcela e una lettura pessimistica della realtà? Quanto sappiamo affrontare, pur nella carenza di risorse, i cambiamenti profondi che stanno vivendo i ragazzi, le famiglie, il contesto sociale?
Annunciare. Quanto, attraverso il nostro ‘fare scuola’, sappiamo essere positivi e propositivi? Quanto siamo attenti a essere per ogni bambino e ragazzo ‘parola buona’ (che non vuole dire facile o accomodante), tesa a generare in loro un futuro promettente?
Abitare. Quanto, nella nostra azione didattica, riusciamo a lavorare con tutti gli alunni? Ad accompagnare chi fa più fatica? Quanto, come istituzione scolastica, sappiamo condividere le nostre scelte educative con le famiglie? Quanto sappiamo collaborare con il territorio?
Educare. Quanto nel nostro compito educativo sappiamo resistere all’ansia delle prestazione e ci lasciamo interpellare dalla ricerca del bene? In che modo stiamo cercando di promuovere non solo le competenze tecniche e disciplinari, certamente necessarie, ma i dinamismi fondamentali che rendono tale la persona (la cura per la vita, la ricerca della verità e della giustizia, il senso di solidarietà …)? In che modo cerchiamo di accrescere le risorse di ogni alunno? Quanto sappiamo consegnare ai ragazzi ragioni per vivere?
Trasfigurare. Quanto sappiamo allagare gli orizzonti dei nostri ragazzi? Quanto cerchiamo di aiutarli a pensare a un futuro dignitoso per tutti? Quanto sappiamo testimoniare come crescere in umanità cambia in meglio la vita?
Si tratta di domande non semplici, che possono sembrare anche lontane. Ma è un esercizio che vale la pena fare.

da Avvenire, 7 giugno 2015


*P. Triani, docente di Didattica Generale, Università Cattolica, Piacenza

giovedì 29 gennaio 2015

L'ADOLESCENZA, ETA' INCERTA

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di Sabrina Corsello


“L’adolescenza non più come età critica da risolvere, ma come una fase del ciclo vitale da riscoprire e da valorizzare per il suo alto potenziale creativo” così ce ne parla nel suo L’età incerta Silvia Vegetti Finzi, secondo la quale gli adolescenti, troppo spesso, sono giudicati piuttosto che compresi. Il discorso educativo su questo tema andrebbe dunque rivolto prioritariamente agli adulti, nel loro ruolo di genitori e di insegnanti, prima ancora che ai figli e agli allievi.
“Mai come in questi anni gli adolescenti sono privi di modelli, di punti di riferimento. Non ci sono più né santi, né eroi, ma loro per crescere hanno bisogno di modelli, di testimonianze. Il compito delle famiglie è di dare testimonianza di ciò che per loro conta. Io credo che un figlio adolescente sia un’ottima occasione anche per gli stessi genitori che, attraverso i loro figli, possono trovare l’opportunità di chiedersi cosa vogliono e in quali valori ancora credono.”Queste le parole della nota psicologa che incontriamo a Palermo, in occasione di una sua conferenza nell’ambito del Master formativo “Educare oggi. Famiglia, scuola e società”.
Contro una società in cui tutto sembra a disposizione, senza ostacoli e divieti, la Vegettirivendica la necessità di limiti ben precisi, atti ad imporre impossibilità esterne, capaci di funzionare come ammortizzatori di quelle ineludibili impossibilità interne, con cui ogni adolescente si trova a dover fare i conti. Infatti è proprio la richiesta pressante di prestazioni precoci e premature a generare ansia e la conseguente fuga dalla realtà, propria dei giovani di oggi. Questi, ben diversamente, .....

sabato 8 novembre 2014

IL PAPA AGLI ADULTI SCOUT: FATE STRADA IN FAMIGLIA, NEL CREATO, NELLA CITTA'

PAPA FRANCESCO AUGURA "BUONA STRADA" 
AGLI ADULTI SCOUTS

Cari fratelli e sorelle,
vi accolgo con gioia, in occasione del sessantesimo anniversario di fondazione del Movimento Adulti Scouts Cattolici Italiani. Rivolgo a ciascuno il mio saluto cordiale, incominciando dalla Presidente nazionale, che ringrazio per le sue parole, e dall’Assistente, che pure ringrazio; e ringrazio anche per il segno. Vi ringrazio per il lavoro che svolgete nella Chiesa e nella società, testimoniando il Vangelo, secondo lo stile proprio dello scoutismo. E’ importante sottolineare la dimensione ecclesiale della vostra realtà associativa, che raccoglie laici ben consapevoli degli impegni derivanti dai sacramenti del Battesimo e della Cresima. Mossi da questa convinzione, in questi anni di impegno apostolico vi siete sforzati di testimoniare i valori di lealtà, di fraternità e di amore a Dio e al prossimo, servendo generosamente la comunità ecclesiale e quella civile.
La terminologia tipica dello scoutismo utilizza molto il termine “strada”, come valore significativo nella vita dei ragazzi, dei giovani e degli adulti. Vorrei incoraggiarvi allora a proseguire il vostro cammino che vi chiama a fare strada in famiglia; fare strada nel creato; fare strada nella città. Camminare facendo strada: camminanti, non erranti, e non quieti! Sempre camminare, ma facendo strada.
Fare strada in famiglia. La famiglia rimane sempre la cellula della società, e il luogo primario dell’educazione. E’ la comunità d’amore e di vita in cui ogni persona impara a relazionarsi con gli altri e con il mondo; e grazie alle basi acquisite in famiglia è in grado di proiettarsi nella società, di frequentare positivamente altri ambienti formativi, come la scuola, la parrocchia, le associazioni… Così, in questa integrazione tra le basi assimilate in famiglia e le esperienze “esterne” impariamo a trovare la nostra strada nel mondo.
Tutte le vocazioni muovono i primi passi in famiglia, e ne portano l’impronta per tutta la vita. Per un movimento come il vostro, basato sull’educazione permanente e sulla scelta educativa, è importante riaffermare che l’educazione in famiglia costituisce una scelta prioritaria. Per voi genitori cristiani la missione educativa trova una sua specifica sorgente nel Sacramento del matrimonio, per cui il compito di allevare i figli costituisce un vero e proprio ministero nella Chiesa. Non solo però i genitori verso i figli, ma anche i figli verso i loro fratelli e verso gli stessi genitori hanno un certo compito educativo, quello dell’aiuto reciproco nella fede e nel bene. Accade a volte che un bambino con il suo affetto, con la sua semplicità, sia in grado di rianimare tutta una famiglia. Dialogo tra i coniugi, ascolto e confronto reciproco sono elementi essenziali perché una famiglia possa essere serena e feconda.
Fare strada nel creato. Il nostro tempo non può disattendere la questione ecologica, che è vitale per la sopravvivenza dell’uomo, né ridurla a questione meramente politica: essa infatti ha una dimensione morale che tocca tutti, così che nessuno può disinteressarsene. In quanto discepoli di Cristo, abbiamo un motivo in più per unirci con tutti gli uomini di buona volontà per la tutela e la difesa della natura e dell’ambiente. Il creato, infatti, è un dono affidatoci dalle mani del Creatore. Tutta la natura che ci circonda è creazione come noi, creazione insieme con noi, e nel destino comune tende a trovare in Dio stesso il compimento e la finalità ultima – la Bibbia dice “cieli nuovi e terra nuova” (cfr Is 65,17; 2 Pt 3,13; Ap 21,1). Questa dottrina della nostra fede è per noi uno stimolo ancora più forte per un rapporto responsabile e rispettoso con la creazione: nella natura inanimata, nelle piante e negli animali riconosciamo l’impronta del Creatore, e nei nostri simili la sua stessa immagine.
Vivere a più stretto contatto con la natura, come fate voi, implica non solo il rispetto di essa, ma anche l’impegno a contribuire concretamente per eliminare gli sprechi di una società che tende sempre più a scartare beni ancora utilizzabili e che si possono donare a quanti sono nel bisogno.
Fare strada nella città. Vivendo nei quartieri e nelle città, siete chiamati ad essere come lievito che fermenta la pasta, offrendo il vostro sincero contributo per la realizzazione del bene comune. È importante saper proporre con gioia i valori evangelici, in un leale e aperto confronto con le varie istanze culturali e sociali. In una società complessa e multiculturale, voi potete testimoniare con semplicità e umiltà l’amore di Gesù per ogni persona, sperimentando anche nuove vie di evangelizzazione, fedeli a Cristo e fedeli all’uomo, che nella città vive spesso situazioni faticose, e a volte rischia di smarrirsi, di perdere la capacità di vedere l’orizzonte, di sentire la presenza di Dio. Allora la vera bussola da offrire a questi fratelli e sorelle è un cuore vicino, un cuore “orientato”, cioè con il senso di Dio.
Cari fratelli e sorelle, continuate a tracciare il vostro cammino con speranza nel futuro. La vostra formazione scoutistica è un buon allenamento! Ricordiamo san Paolo (cfr 1 Cor 9,24-27): lui parla di atleti che si allenano alla corsa attraverso una disciplina severa per una ricompensa effimera; il cristiano invece si allena per essere un buon discepolo missionario del Signore Gesù, ascoltando assiduamente la sua Parola, avendo sempre fiducia in Lui, che non delude mai, soffermandosi con Lui nella preghiera, cercando di essere pietra viva nella comunità ecclesiale.
Grazie, cari amici, di questo incontro. Prego per voi, e voi, per favore, pregate per me.

domenica 17 agosto 2014

DALLA ROUTE NAZIONALE - LO SCAUTISMO, RISORSA PER L'EDUCAZIONE DEI GIOVANI

Chiavi di lettura di una realtà giovanile 

SCOUT, TRE NOVITÀ SULLA VITA COMUNITARIA


Formazione, contaminazione, reciprocità



L'attenzione riservata dai mass media agli scout dell’Agesci in questo agosto 2014 rappresenta un evento inusuale per chi segue la cronaca estiva delle manifestazioni e dei raduni, incontri sempre importanti e significativi per la comprensione del clima e dei sentimenti diffusi nel Paese. Soprattutto chi guarda con apprensione e speranza agli umori della componente giovanile della società, e in particolare a quelli dei gruppi giovanili di ambito cattolico, non può non essere stato colpito dalla nuova visibilità tributata al movimento scout nella stampa nazionale e nei principali canali televisivi in occasione della Route nazionale di San Rossore.

Non che lo scautismo cattolico non abbia già avuto modo di guadagnare in passato stima e simpatie, per l’azione educativa che svolge nei confronti delle fasce giovanili dagli 8 anni in poi secondo un modello di formazione e uno stile comunitario originali e completi. Dalle regole di vita della legge scout alla capacità di orientarsi e muoversi con rispetto e sicurezza nella natura; dalla organizzazione in piccoli gruppi alla pratica del servizio a favore dei più deboli; dalla espressione di sé attraverso il canto e la recitazione alla spiritualità; dallo sviluppo delle competenze individuali al cammino come scuola di vita.

Fino a oggi, però, quella stima e quella simpatia hanno trovato riconoscimento in una cerchia relativamente ristretta di ambienti sociali, mentre al di fuori di essi il movimento scout viene spesso visto come una sorta di curiosa anomalia, rispetto alle mode e alla 'normalità' della condizione giovanile nel sul complesso, un qualcosa da guardare con ammirazione, ma anche con un po’ di sospettoso distacco. Perché mentre il mondo sembra andare inevitabilmente verso l’individualismo consumistico, gli scout insegnano la comunità, l’essenzialità, la governance partecipativa e ferma e il valore della strada e del progresso per piccoli passi.

Mentre troppi giovani sviluppano un desiderio, per lo più scomposto, di emozioni di facile e superficiale consumo, gli scout insegnano la riflessione, l’impegno, la ricerca di sé, la fraternità, la spiritualità. Mentre il mondo va verso un intellettualismo sterile e verso la fuga nel virtuale, gli scout insegnano la manualità, lo sforzo fisico, la vita nella natura. Mentre tutto sembra spingere verso un pessimismo cosmico, gli scout predicano l’ottimismo della volontà. Mentre le generazioni si allontanano e la trasmissione della vita e dei valori sembrano non interessare più, gli scout parlano di scambio intergenerazionale e di educazione attraverso l’esempio.

Sarebbe interessante, ma lungo e complesso, interrogarsi sui motivi della nuova visibilità dello scautismo (la numerosità dei partecipanti, la presenza del presidente del Consiglio). Vale piuttosto la pena chiedersi cosa possiamo aspettarci da questa nuova visibilità o cosa ci auguriamo che avvenga. Le potenzialità dei media oggi sono una realtà di fatto, ma non sempre la connessione tra sociale vissuto e amplificazione da parte dei mezzi di comunicazione di massa produce gli effetti desiderati, come si deduce da ciò che è accaduto con i social network e con alcuni recenti movimenti di espressione sociale e politica (anti-nucleare, no-tav, ecologisti, popolo viola, indignados ecc.).

Sarebbe davvero un bel risultato se la maggiore comprensione del movimento scout, da parte di gruppi sociali e persone che sinora poco lo hanno conosciuto, desse vita a una riflessione meno scontata su tre aspetti centrali per la vita comunitaria. Innanzitutto, l’importanza del lavoro da effettuare su se stessi, e quella dei cambiamenti che una educazione sana può facilitare dall’interno nella persona umana, e il valore dell’educazione a differenza di forme di movimentismo strumentali alla conquista di posizioni di potere. In secondo luogo, il valore della contaminazione con la diversità, sia che si tratti degli emarginati, che dei portatori di handicap o degli avversari politici. Infine il significato della reciprocità, come volano per una forza innovativa coraggiosa, quella che passa attraverso il riconoscimento delle competenze come base per la gestione di processi comunitari di sviluppo, da contrapporre a molte delle consuetudini regressive in uso delle organizzazioni del nostro tempo.
 

Carla Collicelli, in Avvenire, 16 agosto 2014


sabato 21 giugno 2014

LA DROGA NON SI VINCE CON LA DROGA!

NO ALLA DROGA, SI ALLA VITA!

"Vorrei dire con molta chiarezza - ha proseguito il Pontefice - la droga non si vince con la droga! La droga è un male, e con il male non ci possono essere cedimenti o compromessi. Pensare di poter ridurre il danno, consentendo l'uso di psicofarmaci a quelle persone che continuano ad usare droga, non risolve affatto il problema. Le legalizzazioni delle cosiddette 'droghe leggere', anche parziali, oltre ad essere quanto meno discutibili sul piano legislativo, non producono gli effetti che si erano prefisse. Le droghe sostitutive, poi, non sono una terapia sufficiente, ma un modo velato di arrendersi al fenomeno. Intendo ribadire quanto già detto in altra occasione: no ad ogni tipo di droga. Semplicemente. No ad ogni tipo di droga. Ma per dire questo no, bisogna dire sì alla vita, sì all'amore, sì agli altri, sì all'educazione, sì allo sport, sì al lavoro, sì a più fonti di lavoro".
                                                                                                Papa Francesco, 20 giugno 2014

martedì 4 marzo 2014

FAR CRESCERE L'UTOPIA NEI GIOVANI

AIUTARE A FAR CRESCERE L’UTOPIA DI UN GIOVANE, È UNA RICCHEZZA

 Nel corso dell'udienza - venerdì 28 febbraio - ai partecipanti all'Assemblea Plenaria della Pontificia Commissione per l'America Latina, Papa Francesco, oltre al discorso scritto consegnato ai presenti, ha rivolto un discorso a braccio, di cui di seguito riportiamo una sintesi.
"Trasmissione della fede, emergenza educativa. (...) Se c’è un’emergenza educativa per la trasmissione della fede, è come trattare il tema della catechesi alla gioventù da una prospettiva – diciamo – di teologia fondamentale. Vale a dire, quali sono i presupposti antropologici che ci sono oggi nella trasmissione della fede, che fanno sì che per la gioventù di America Latina questo sia emergenza educativa".
"E il primo criterio dell’educazione è che educare" è "trasmettere contenuti, abitudini e senso dei valori, le tre cose insieme. Per trasmettere la fede bisogna creare l’abitudine di una condotta (...). Se vogliamo trasmettere la fede soltanto con i contenuti, allora sarà solo una cosa superficiale o ideologica, che non avrà radici". "È importante (...) trasmettere alla gioventù (...) la buona gestione dell'utopia. (...) Noi, in America Latina, abbiamo avuto esperienza di una gestione non del tutto equilibrata dell’utopia e che in qualche luogo, in alcuni luoghi, non in tutti, e in qualche momento ci ha travolto. Almeno nel caso dell’Argentina possiamo dire quanti ragazzi dell’Azione Cattolica, per una cattiva educazione dell’utopia, sono finiti nella guerriglia degli anni Settanta… Saper gestire l’utopia, ossia saper guidare (...) e aiutare a far crescere l’utopia di un giovane, è una ricchezza. Un giovane senza utopia è un vecchio precoce, che è invecchiato prima del tempo. Come posso far sì che questo desiderio che ha il ragazzo, che questa utopia lo porti all’incontro con Gesù Cristo? È tutto un percorso che bisogna fare".
"Un’utopia, in un giovane, cresce bene se è accompagnata da memoria e discernimento. L’utopia guarda al futuro, la memoria guarda al passato, e il presente si discerne. Il giovane deve ricevere la memoria e piantare, radicare la sua utopia in quella memoria (...).
Da qui l’insistenza (...) sull’incontro degli anziani e dei giovani (...). Mi dicevano alcuni Vescovi di alcuni Paesi in crisi, dove c’è una grande disoccupazione dei giovani, mi dicevano che parte della soluzione per i giovani sta nel fatto che li mantengono i nonni. Tornano ad incontrarsi con i nonni, i nonni hanno la pensione, allora escono dalla casa di riposo, tornano in famiglia e in più portano la loro memoria, quell’incontro. (...) Questo fenomeno dell’incontro dei ragazzi e dei giovani con i nonni ha conservato la fede nei Paesi dell’Est, durante tutta l’epoca comunista, perché i genitori non potevano andare in chiesa. (...) L’incontro dei ragazzi e dei giovani con i nonni è decisivo per ricevere la memoria di un popolo e il discernimento sul presente: essere maestri del discernimento, consiglieri spirituali. E qui è importante, riguardo alla trasmissione della fede dei giovani, l’apostolato 'corpo a corpo'. Il discernimento sul presente non si può fare se non con un buon confessore, un buon direttore spirituale che abbia la pazienza di stare ore e ore ad ascoltare i giovani".
"Come emergenza educativa, in questa trasmissione della fede e anche della cultura, è il problema della cultura dello scarto. Al giorno d’oggi, per l’economia che si è impiantata nel mondo, dove al centro c’è il dio denaro e non la persona umana, tutto il resto si ordina, e quello che non entra in questo ordine si scarta. Si scartano i bambini che sono di troppo, che danno fastidio o che non conviene che vengano… I Vescovi spagnoli mi parlavano recentemente della quantità di aborti, il numero, sono rimasto senza parole. (...) In alcuni Paesi dell’America Latina c’è l’eutanasia nascosta (...)! Perché le opere sociali pagano fino a un certo punto, non di più, e i poveri vecchietti, si arrangino".
"Oggi, come dà fastidio a questo sistema mondiale la quantità di giovani ai quali è necessario dare lavoro, la percentuale così alta di disoccupazione giovanile. Stiamo avendo una generazione di giovani che non hanno l’esperienza della dignità. Non che non mangino, perché danno loro da mangiare i nonni, o la parrocchia (...) … Il pane lo mangiano, ma senza la dignità di guadagnarsi il pane e portarlo a casa!".
"Dentro la cultura dello scarto, vediamo i giovani che più che mai hanno bisogno di noi; (...) perché il giovane che è senza lavoro ha l’utopia anestetizzata, o è sul punto di perderla -, non soltanto per questo, ma anche per l’urgenza di trasmettere la fede ad una gioventù che oggi è materiale di scarto anch’essa. E in questa voce del materiale di scarto, c’è l’avanzare della droga su questi giovani. Non è solo un problema di vizio (...). Come in tutti i cambiamenti epocali, ci sono fenomeni strani tra cui la proliferazione delle dipendenze: la ludopatia è arrivata a livelli estremamente alti… ma la droga è lo strumento di morte dei giovani".


"Stiamo scartando i nostri giovani! Il futuro qual è? Un compito: la 'traditio fidei' è anche 'traditio spei', e dobbiamo darla! La domanda finale che vorrei lasciarvi è: quando l’utopia cade nel disincanto, quale è il nostro apporto? L’utopia di un giovane entusiasta oggi sta scivolando fino al disincanto. Giovani disincantati, ai quali bisogna dare fede e speranza".

martedì 21 maggio 2013

ESPLORARE L'AMBIENTE



A cosa serve l’ambiente, agli scout … ed agli altri ragazzi

Parlando di ambiente possono venire in mente due accezioni completamente differenti, ambedue limitate ma da prendere realisticamente in considerazione per poterne valutare possibilità e limiti.
Innanzitutto una visione conservativistica, propria di alcuni cultori dei bei tempi passati, di cui l’ambiente è emblema e testimonianza. Propria di questa visione è la suggestione che brilla negli occhi di chi, guardando un tramonto su una costiera marina su cui si staglia un gruppo di case, cerca di distoglierne lo sguardo per cercare di immaginare il paesaggio come potesse essere prima dell’inurbamento, oppure, peggio, non si pone neanche il problema di quando queste case siano state costruite, considerandole soltanto come un elemento di disturbo. Ovviamente, questa visione è più degli adulti che dei ragazzi, i quali hanno sistemi di riferimento meno legati al passato e, purtroppo, minore capacità di cogliere le modificazioni che abbiano avuto luogo nel tempo, dal momento che il loro tempo è quello attuale, nel quale vivono …
La seconda accezione è quella del tutto intorno a me, in funzione di me, che una certa pubblicistica tende ad enfatizzare per suggerire il piacere del possesso. Questa visione suggerisce che l’ambiente è a mia disposizione, che lo posso sfruttare, o almeno modificare a mio piacimento e che gli unici limiti sono costituiti dalle leggi che, purtroppo, lo tutelano.
Ambedue le visioni prescindono “da me” come parte dell’ambiente; il fatto che io ne faccia parte non è così scontato, e questo spiega perché sia tanto diffuso il termine “schifo” usato nei confronti di cose sporche o talvolta semplicemente al di fuori di una sfera semplicemente personale.
Spesso sono proprio i genitori ad utilizzare questa parola, probabilmente in buona fede, per tutelare la pulizia o la cautela nei confronti di piccoli insetti con cui si possa venire in contatto, o che più semplicemente vediamo durante una passeggiata o su una pianta. Allora il fango “fa schifo”, una mosca o ancor peggio un modesto ragnetto scatenano reazioni inconsulte se non addirittura panico e, a seguire, un colpo di mano per sopprimerli.
  L’atteGgiamento educativo, purtroppo spesso solo a parole, può far riflettere sul fatto che siamo noi che entriamo nell’ambiente di vita di questi insetti, che il fango è semplicemente terra bagnata, e che da esso può nascere o perpetuarsi la vita di piante e fiori che siamo in grado di apprezzare e che ci danno piacere.
L’ambiente, ed i suoi abitatori, i suoi componenti, gli elementi naturali strutturanti, possono aiutarci veramente tanto ad acquisire un senso di relatività rispetto al nostro io, alle nostre false sicurezze, che purtroppo molto spesso si fondano su esperienze virtuali, su un rapporto con cose e sensazioni controllate e prive di incognite con cui confrontarsi.
L’ambiente invece il più delle volte è complesso, non se ne ha il controllo completo, molto spesso non è neanche sufficiente un atteggiamento di umiltà e di curiosità nel cercare di conoscerlo, ma si ha bisogno di scoprirlo insieme ad altri, con cui confrontare le acquisizioni ed i dubbi, con cui sperimentare insieme le proprie reazioni di fronte a situazioni impreviste; o scontate ma di cui nel passato non si era stati in grado di comprendere bene i confini.
L’ambiente allora come palestra di sperimentazione ed apprendimento, come “ventre caldo” in grado di proteggerci e gratificarci, oppure di metterci in crisi per fare emergere il meglio di noi.
Di fronte a questa realtà l’ambiente è allora un elemento educativo insostituibile, per un capo scout, ma anche per un insegnante, un genitore, un nonno, che possa tramite esso vedere un bambino, un ragazzo all’opera, studiare i suoi comportamenti e le sue reazioni, aiutarlo a tarare i suoi sforzi o superare le sue difficoltà. 
  Specialmente se questo relazionarsi con l’ambiente può avvenire in compresenza con altri coetanei, il ragazzo acquisisce una progressiva sicurezza con se stesso, nei confronti degli altri e delle cose, che riesce finalmente a collocare in un giusto rapporto con se stesso e col resto del suo mondo.
L’esperienza vissuta con i ragazzi delle scuole (mi piace dire “non antropizzati” dallo scoutismo, nel senso che non danno per scontato il contatto con la natura, le escursioni o l’utilizzo delle proprie mani per realizzare quello che occorre loro per vivere all'aperto  mi porta a dire serenamente che questa educazione attraverso l’esercizio dell’ambiente, per gli stimoli che esso può dare, viene subito apprezzata anche dai ragazzi considerati più difficili dai loro insegnanti.
Di fatto essi trovano un nuovo modo di relazionarsi col proprio corpo, con la fatica e la fame, con stimoli sensoriali diversi per cui riscoprono olfatto e tatto rispetto agli inflazionati vista ed udito, esercitati con la consuetudine da gameboy o Nintendo.
         Dopo pochi “che schifo”, a fronte dei quali bastano poche parole di spiegazione, di “dove ci si trova”, di “chi è questo territorio”, magari con un po’ di riluttanza ma in genere abbastanza presto, i ragazzi si calano nella realtà reale, in cui toccano, operano, si confrontano, interagiscono, azionano finalmente tutti i loro sensi e, devo dire con naturalezza, il loro cervello … Scoprono più facilmente di essere persone tra persone, piuttosto che allievi con insegnanti. Subito dopo prendono gusto ad una nuova dimensione di esplorazione, inconscia e forse all’inizio un po’ timorosa, del posto in cui si trovano. E si cominciano a divertire.
Devo dire la verità, a saperle esercitare queste dinamiche si possono creare anche in ambienti che teoricamente sono ben conosciuti, quali una sede scout o una classe. O meglio ancora il cortile della scuola di cui si crede di conoscere tutto, essendoci magari stati per i cinque anni delle elementari …
  Più si ritiene banale l’ambiente in cui si è abituati a vivere,  e maggiormente scatta la gratificazione nel riconoscere in esso aspetti mai considerati prima, ci si sente come dei veri esploratori, o come quei detective televisivi che riescono a mettere insieme indizi magari sotto gli occhi di tutti, ma che finora non avevano svelato i loro segreti. Il ragazzo è curioso per natura, vuole allargare la sua area di conoscenza e di rispetto e non lo facciamo spesso accorgere che essa a sua disposizione, appena che voglia mettersi alla prova o che qualcuno non lo sfidi a farlo.
Baden-Powell in merito alla fantasia ed alla creatività diceva che occorrerebbe riuscire a vedere i bufali indiani negli stagni di Kensington Park, al centro di Londra. Quanti di noi sono in grado di proporre alla fantasia dei ragazzi simili sfide, anche in ambiti più realistici e meglio legati ad eventi del passato in grado di stimolare la loro immedesimazione in trascorsi storici, magari proprio sullo stesso terreno su cui camminiamo? E qui viene un primo stimolo alla comprensione di ambiente.
Facendo un esempio un po’ azzardato nel paragonare la medicina allopatica, quella che ci viene somministrata normalmente con la ricetta dal medico di famiglia, con quella omeopatica, che per molti ha un’insostenibilmente bassa scientificità, tenderei a dire che il contenuto di sintesi, proprio di quella allopatica, è riconducibile ad esempio allo sport in palestra, alla tecnica alpinistica imparata, ed addirittura talvolta esercitata su pareti attrezzate con artifici tecnici di alto livello, ma magari … in pianura. La medicina omeopatica è invece un po’ più simile all’ambiente, nella sua globalità, nella difficoltà ad irreggimentarlo in regole o canoni razionali, nella sua dimensione di “sistema”, proprio per la priorità che l’omeopatia dà alla visione dell’uomo nel suo insieme, degli aspetti di prevenzione piuttosto che di cura. Un po’ come nel caso dell’ambiente, può capitare che uno stia perseguendo un obiettivo personale e ben definito e si trovi a scoprire degli elementi che lo portano in tutt’altra direzione, magari più stimolante e più fruttuosa ai fini delle intenzioni che lo avevano condotto proprio lì. 
In quest’ultimo caso vedo un parallelismo palese con l’informatica e la strutturazione del comportamento umano, dei ragazzi e dei giovani in particolare per la loro maggiore consuetudine ad utilizzarla, da essa derivabile, rispetto ad altre discipline più logiche e, direi, più consequenziali, come ad esempio la matematica o la fisica. L’informatica è “inferenziale” piuttosto che “sequenziale”, nel senso che si può partire da una pista di ricerca o di esecuzione e si può facilmente capitare in un altro “dominio” che fa scoprire attinenze ed implicazioni che non erano state prese precedentemente in considerazione e che possono condurre a percorsi nuovi e completamente imprevisti. Sottolineo questo fatto per ricordare che uno dei talenti maggiormente utili e ricercati in periodi di incertezze e variabilità, come il presente, è proprio la flessibilità e la capacità di cogliere opportunità meno scontate rispetto al passato. Come considero quindi proprio l’informatica, se esercitata con gusto e coscientemente, una buona carta per lo sviluppo dei propri talenti ed una buona predisposizione per il lavoro e l’inserimento attivo nella comunità sociale, reputo che le stesse caratteristiche si possano derivare da una conoscenza e dall'esercizio delle componenti ambientali che ci circondano e che troppo spesso ci trovano impreparati ad utilizzarle.
Il ruolo dell’educatore in questo caso deve essere quello di facilitatore nell'apprendimento di quelle sfaccettature della realtà che costituiscono l’ambiente, nell'incoraggiare i ragazzi, ma anche i suoi coetanei, ad esporsi con entusiasmo a quanto li circonda, dimostrando a sua volta entusiasmo e gusto dell’avventura che questo viaggio di scoperta comporta, valorizzando i risultati che volta per volta vengono raccolti. Proprio questa valorizzazione è importante, tanto più quando non ci sia una consapevolezza delle proprie risorse per intraprendere questo cammino né una capacità di lettura dei vantaggi raccolti, sul piano fisico, culturale, ma anche emotivo e relazionale. Lo scoutismo ha fatto molta strada nel valorizzare la natura come ambiente educativo, sono stati pubblicati diversi libri ed articoli su questi temi, uno tra tutti il pregevole “Dalla natura all’ambiente” di Franco La Ferla[1], ma non è mai  sufficiente né impensabile contentarsi dei risultati ottenuti, anche perché guardandosi intorno si trova purtroppo ancora tanta ignoranza in un campo tanto significativo e specifico per lo scoutismo.
Ben vengano allora stimoli ai ragazzi, occasioni di approfondimento e dibattito per i capi, confronti con altre agenzie educative dove, guarda caso, la presenza di ex-scout è sempre più scontata … Ciò da una parte vuol dire che per essi le esperienze passate non sono stata acqua sotto i ponti, ed anche se gli impegni lavorativi o famigliari li ha spinti a lasciare il servizio attivo, questo non ha voluto dire non avere più voglia di impegnarsi, e divertirsi, vivendo in una dimensione ambientale e relazionale da far conoscere anche agli altri.
         Ancora una volta però, confronto non significa demandare ad altri in toto la propria responsabilità educativa, altrimenti ci si ridurrà presto a fare le uscite scout nei “parchi avventura” o effettuare i campi di servizio mandando i nostri rover in quelli delle tante organizzazioni che li svolgono, magari bene, ma con altri obiettivi. L’ambiente è una delle nostre specificità, occorre valorizzarlo al meglio ed usarlo, come in tutti gli altri casi della nostra proposta educativa, come mezzo e non come fine.
                                                                                                                                                      
                                                                                                                                                                                       
                                                                                                                                             Sergio Cametti



[1] La Ferla F., Dalla natura all’ambiente, ed. Nuova Fiordaliso., Roma, 1992, pagg. 320, € 12,91

venerdì 19 aprile 2013

CENTRO SCOUT: L'ARTE DEL PRENDERSI CURA, UNA SFIDA CONTINUA



La RETE dei CENTRI SCOUT ITALIANI è sorta cinque anni fa come spazio di dialogo e interazione per i vari luoghi da campo deputati alle tipiche attività scout al fine di favorire un cammino comune – nel rispetto della peculiarità di ciascuna Associazione e di ciascun Centro – per promuovere ed implementare la qualità del servizio offerto. Ogni Centro Scout viene definito “spazio educativo ove giovani ed adulti  possono svolgere attività educative idonee alla loro età e alle loro esigenze educative, nel rispetto dei valori evidenziati dalla Legge delle Guide e degli Scout” (dalla Carta dei Valori). Ha caratteristiche legate alla sua storia e all’ambiente in cui è inserito, nonché alle specifiche competenze degli animatori del Centro. La specificità diventa dinamica risorsa, non solo per il Centro  Scout, e occasione di servizio competente nei confronti degli ospiti. E’ una specificità che va salvaguardata, curata ed implementata.
In quanto “spazio educativo”,  ogni Centro è luogo ove si esercita la cittadinanza attiva, luogo di confronto, di cooperazione, ove si vivono esperienze significative che favoriscono la piena maturazione di quanti lo utilizzano......

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