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venerdì 25 settembre 2015

LA MEMORIA PER ORIENTARCI VERSO IL DOMANI



  
Prigionieri del presente
La generazione senza testamenti

Siamo eredi di un passato, però non sappiamo chi ce l’ha trasmesso; abbiamo radici, ma non conosciamo da dove provengono...

Il pensatore francese, JL Nancy,  al Festival Filosofia di Modena

JEAN- LUC NANCY
     Tra «eredità» e «ereditarietà » si gioca una curiosa scena di trasmissione, generazione, derivazione e differenziazione con tanto di retroazione, contaminazione e contagio. Chi passa cosa all’altro? Chi passa cosa al soggetto del passaggio, della trasmissione? Come individuare e discernere il continuo dal discontinuo, lo spontaneo dall’intenzionale?
     Che cosa abbiamo dunque ricevuto in eredità noi, europei di oggi, insieme a questo groviglio semantico e retorico? Abbiamo ereditato essenzialmente due ordini di preoccupazioni: il primo si riferisce a tutto quanto riguarda le trasmissioni genetiche, a come si determinano, si utilizzano, si manipolano. Insomma un insieme di questioni riconducibili all’ambito della legge, della decisione e quindi di ciò che vogliamo lasciare in eredità alle generazioni future in materia di trasmissione della vita – e di quale vita. Il secondo ordine di preoccupazioni si riferisce a tutto ciò che riguarda la nostra provenienza, ciò che nel nostro presente e nella sua dimensione globale proviene, o sembra provenire, da un passato di cui continuiamo a considerare e valutare gli effetti – come quando evochiamo le origini cristiane dell’Europa, l’Illu-minismo come generatore del mondo moderno, una tecno-scienza in evoluzione e rivoluzione permanenti. Da dove veniamo noi, che non sappiamo più dove andiamo, né se andiamo da qualche parte?
      Che cosa ci è stato trasmesso e che cosa ci prepariamo a trasmettere? Ma «noi» chi? Per l’appunto, quanti si considerano uniti tra loro da eredità o ereditarietà, senza sapere se si tratta di natura o di legge; quanti hanno la consapevolezza acutissima e ardua di non appartenere più semplicemente a una famiglia, una genealogia, una tradizione o una memoria. Una frase di René Char scelta da Hannah Arendt come esergo di una sua opera (frase che senz’altro sentirete spesso citare durante questo festival) esprime con forza ciò che ci conduce alla perplessità, se non all’aporia: «La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento». Il testamento viene fatto davanti a testimoni, come dice il nome stesso. I testimoni attestano che c’è stato un atto volontario di uno spirito illuminato, c’è stata una decisione nel rispetto dei vincoli generali imposti dalla legge e dai costumi. L’assenza di testamento priva l’eredità non solo di ogni legittimità, ma anche del- la sua stessa possibilità, dato che manifestamente nemmeno lo Stato può provvedere a dar seguito alla successione. In altri termini: noi succediamosenza sapere cosa fare della nostra successione, senza sapere neppure come riceverla e senza dubbio senza conoscerne la composizione.
      Non possiamo più o non siamo più capaci di essere legatari, ovvero discendenti legali della nostra storia. Eppure, nonostante questo, siamo eredi, abbiamo una provenienza e qualcosa di questa provenienza ci viene trasmesso. Ma siamo eredi nella forma di una eredità elementare e in forza di una successione motivata solo dal 'venire dopo' e dal 'proseguire', senza distinzione: il semplice 'dopo' ha il valore di 'sulla base di', la sequenza produce conseguenze, senza che ci sia dato sapere né come né perché. Per di più, sembra che le conseguenze si concatenino ormai secondo logiche proprie dello sviluppo tecnico (del resto, si parla spesso di 'generazioni' nell’ambito dei dispositivi tecnologici ). […]
       Ciò che è venuto a mancarci è la trasmissione stessa, il suo atto, il suo senso, la sua effettività. Un tale stato di cose appartiene forse al nostro tempo da quando è entrato in una guerra indefinitamente e globalmente polimorfa: la guerra, infatti, rappresenta al tempo stesso un’accelerazione, una convulsione e una stasi della trasmissione. Nel suo romanzo del 1921 I tre soldati, Dos Passos snocciola i pensieri dei soldati americani che nel 1917 aspettavano di imbarcarsi alla volta dell’Europa: «Si trattava solo di inutili stravaganze? […] Quando erano ragazzi, non avevano avuto dei sogni anche loro? O le generazioni precedenti li avevano preparati a vivere soltanto nel presente?».
     Le nuove generazioni non vengono più alla luce per rinnovarsi, né per innovare, ma solo per presentarsi a una sorta di inanità dubitativa; non si dà più né iniziazione a una maturità compiuta, né nascita a un mondo nuovo: e tutto questo senza dubbio è cominciato verso il 1917, proprio nel momento – e non è un caso – in cui quel mondo ha creduto di poter fare «tabula rasa del passato» affinché «il mondo cambiasse dalle fondamenta», ovvero si ricreasse di nuovo non ereditando niente    da nessuno.
     Non abbiamo trasmesso a noi stessi il senso della trasmissione. Abbiamo dato inizio a un’epoca in cui coesistono l’idea del cominciamento assoluto e quella della sospensione totale, che sono l’una il rovescio dell’altra. Il retaggio è scomparso dalla nostra eredità e l’eredità si è trasferita a un’enorme macchina in fuga incontrollata e esponenziale piuttosto che al passaggio tra generazioni.

(traduzione dal francese di Michelina Borsari)

Avvenire, 16 settembre 2015

domenica 26 luglio 2015

RESPONSABILI DI CIO' CHE VERRÀ' - Per un'etica del futuro

RESPONSABILI
 dell'OGGI  e del DOMANI

Papa Francesco nell’Enciclica Laudatu si’ si pone questa domanda: “Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? […].[1] e continua il discorso dicendo
“[…] se questa domanda viene posta con coraggio, ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi molto diretti: A che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi? Pertanto, non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. Siamo noi i primi interessati a trasmettere un pianeta abitabile per l’umanità che verrà dopo di noi. È un dramma per noi stessi, perché ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra.
Le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Potremmo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia. Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni. L’attenuazione degli effetti dell’attuale squilibrio dipende da ciò che facciamo ora, soprattutto se pensiamo alla responsabilità che ci attribuiranno coloro che dovranno sopportare le peggiori conseguenze”[2].
Come si vede, il Papa si pone dei problemi che riguardano la nostra responsabilità morale riguardo al futuro dell’umanità e dell’ambiente. Propriamente si può affermare che il Pontefice sostiene un’ ”etica del futuro”, la quale è ........

giovedì 18 settembre 2014

domenica 20 luglio 2014

NON C'E' FUTURO SENZA MEMORIA

 Papa Francesco: "Speranza e futuro presuppongono memoria. La memoria dei nostri anziani è il sostegno per andare avanti nel cammino. Il futuro della società, e in concreto della società italiana, è radicato negli anziani e nei giovani: questi, perché hanno la forza e l’età per portare avanti la storia; quelli, perché sono la memoria viva. Un popolo che non si prende cura degli anziani e dei bambini e dei giovani non ha futuro, perché maltratta la memoria e la promessa".
                                                       
  (12 settembre 2013 Settimana Sociale dei cattolici)


"Senza memoria non c'è futuro. Lo sguardo anziché sollevarsi s'inchina sino a terra. S'incolla in un presente impoverito, svuotato di senso. Senza memoria anche il presente ci sfugge" L. M.

"La prima ansiosa cura dei "colonizzatori" è di estirpare le radici, distruggere la memoria, perché possano considerarsi i veri costruttori e dare la loro impronta ad un futuro che s'illudono di poter costruire. Quel che importa loro è distruggere per cambiare e per far comprendere a tutti che ormai i padroni sono loro. Perciò rifiutano il dialogo e la cooperazione. Per loro la memoria è un fastidioso fantasma da fare svanire al più presto, perché essa turba i loro sonni e li fa sentire impotenti.
 Stolti, quel che costruiranno con amore passeggero ed arrogante, svanirà ben presto. Resteranno i danni arrecati e al posto di un'antica florida foresta resterà il deserto abbandonato, al posto dei fiori estirpati nasceranno spinosi ed invadenti rovi".  PG 

"La memoria è frutto  dell'esercizio di sapienza e saggezza, perciò feconda il futuro. L'arroganza rende sterile il futuro, non riuscendo a trovar nuova linfa per nuove fronde ben radicate in forti ed antiche radici". QP

La memoria non può essere un impegno astratto svuotato di significato attuale; pensare alla memoria solo come ricordo  sarebbe un enorme sbaglio. La memoria deve esser un insegnamento che va rinnovato costantemente di giorno in giorno per la sua valenza culturale ed educativa.  Adam Smulevich

La nostra felicità non dipende soltanto dalle gioie attuali ma anche dalle nostre speranze e dai nostri ricordi. Il presente si arricchisce del passato e del futuro.                                                                                                                          Emilie du Chatelet

“
                                                                                                                    E. Roosevelt





                                              

venerdì 29 novembre 2013

GIOVANI ED ANZIANI, UNA RICCHEZZA PER IL FUTURO

“ ……. Un secondo pensiero è rivolto ai giovani e agli anziani: il riconoscimento delle differenze valorizza le persone, a differenza dell’omologazione, che è il rischio di scartarle perché non sono in grado di cogliere il significato. Oggi, i giovani e i vecchi vengono considerati scarti perché non rispondono alle logiche produttive in una visione funzionalista della società, non rispondono ad alcun criterio utile di investimento. Si dice sono “passivi”, non producono, nell’economia del mercato non sono soggetti di produzione. Non dobbiamo dimenticare, però, che i giovani ed i vecchi portano ciascuno una loro grande ricchezza: ambedue sono il futuro di un popolo …… “ 

venerdì 15 febbraio 2013

L'ALTRO COME VALORE


Un bisogno di autentico amore
I rapporti umani si basano sull'impegno personale e sulla scoperta del valore dell'altro
                                                                                                                         
                                            di Carlo Climati *
ROMA, 15 Febbraio 2013 (Zenit.org) -

 Che cos’è l’amore per le nuove generazioni? Negli ultimi anni, purtroppo, i giovani sono bersagliati da un certo tipo di non-cultura che tende a ridurre questo stupendo sentimento ad una dimensione egoistica, superficiale, priva di senso.
           Per accorgersene, basta accendere la televisione e dare un’occhiata a certi programmi in cui l’amore viene privato del suo significato più profondo. Si elimina qualunque accenno al futuro, allo sforzo, all’impegno, alla progettualità.
               Non a caso, in alcuni telefilm vengono proposti modelli di vita assolutamente distorti: i soliti studenti del college che bruciano un rapporto dietro l’altro, senza mai unirsi stabilmente.
      Certi personaggi non amano. Non si impegnano mai. Preferiscono collezionare “storie”, “episodi”, “parentesi” momentanee.
        Le conseguenze di simili spettacoli sono disastrose. Il messaggio che viene trasmesso al giovane telespettatore, di fatto, è questo: “Se vuoi essere qualcuno, devi assomigliare al protagonista del telefilm. Alla tua età non hai ancora fatto sesso? Che cosa aspetti?”
             “Fare sesso” è un’espressione vuota e spoetizzante, che oggi va molto di moda. Ma ce ne sono tante altre. La più ingannevole, senza dubbio, è “il sesso sicuro”. È nata in seguito alla diffusione dell’Aids e racchiude un messaggio davvero fuorviante: “Vuoi continuare a vivere senza alcun impegno? Va benissimo! Però non dimenticare la protezione del profilattico!”.
         È davvero questa la strada giusta da seguire? Si può rispondere alla domanda con un esempio. La cintura di sicurezza ed il casco sono sicuramente strumenti utili, che possono contribuire a limitare i danni in caso di incidenti stradali. Ma non possono rappresentare una completa soluzione al problema. La vera soluzione sta nella prudenza e nella correttezza di chi guida l’automobile o la moto, rispettando i limiti di velocità e le regole del codice.
           Lo stesso discorso vale per i rapporti umani. L’unica, vera maniera per combattere l’Aids è quella di promuovere un’autentica cultura dell’amore, anche a costo di pronunciare parole che oggi sembrano suscitare scandalo, come “verginità”, “purezza” e “castità”.
          Oggi, purtroppo, sembra prevalere una mentalità superficiale, figlia della non-cultura del non-impegno, tipica dei nostri tempi.
Il più grande male è la fuga da ogni sforzo, la voglia di non assumersi responsabilità. Se arriva un figlio indesiderato, si può eliminare con l’aborto. Se un rapporto diventa troppo impegnativo, si può scappare via e tuffarsi nei rapporti “usa e getta”.
        Di conseguenza l’amore tra due persone non è più un bellissimo dono, ma uno squallidissimo prestito. Si riduce ad un misero contratto a tempo determinato, dal quale scappare quando si presentano i primi sforzi da affrontare. Non a caso, negli ultimi anni, si è parlato di introdurre i “divorzi-lampo”, per accelerare la fuga dal matrimonio.
       Alla base di certe distorsioni mentali c’è un problema più profondo: l’assenza di un’autentica cultura di considerazione del valore dell’altro. La sfida controcorrente da proporre ai giovani è quella suggerita da Gesù: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. È da qui che bisogna ripartire.

* Carlo Climati, giornalista e scrittore, esperto in problematiche giovanili. Una sua recente opera: "IL POPOLO DELLA NOTTE!"
  Vedi: CARLO CLIMATI

domenica 8 aprile 2012

"Si può pensare legittimamente che il futuro dell'umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza" (Gaudium et Spes n. 31)
           Buona Pasqua

sabato 8 ottobre 2011

NOSTALGIA DI FUTURO



Il messaggio di vita di Steve Jobs

di Luigino Bruni


Sono soprattutto tre i grandi messaggi che questo straordinario uomo ci lascia.

Il primo: le grandi innovazioni in economia sono sempre legate alle persone: non sono i capitali, i soldi, le tecnologie: sono le persone che fanno le grandi innovazioni: Steve Jobs è stato capace di fare cose grandi cose perché era una grande persona, non perché aveva grandi capitali e mezzi. Questo ci ricorda che l’economia va avanti quando ci sono persone che guardano più lontano, vedendo cose diverse. Le grandi innovazioni nascono da sguardi diversi sul mondo, e quindi dalle persone.
Il secondo messaggio che ci lascia Steve Jobs è che non è vero che le imprese sono di successo quando rispondono a dei bisogni dei consumatori: questa idea che le imprese ed i loro prodotti debbano rispondere ai bisogni delle persone è un po’ scolastica, statica, e soprattutto non è vera per le innovazioni davvero importanti: nessuno aveva bisogno dell’Ipad e dell’Iphone. Steve Jobs con la sua azienda li ha creati prima che diventassero bisogni, ha inventato dei simboli ed ha creato dei sogni, dei messaggi, degli stili di vita. Le grandi imprese che fanno innovazioni vere sono in grado di fare qualcosa che nessuno pensava prima, che nemmeno era fra i bisogni inespressi. Un imprenditore come Jobs ha “visto” qualcosa e poi ha fatto in modo che la realtà diventasse ciò che lui aveva visto prima: è qualcosa che i veri imprenditori hanno in comune con i grandi artisti o i grandi scienziati.
Il terzo messaggio che ci lascia Steve Jobs a mio avviso è un grande inno alla vita: se guardiamo le ultime cose che ha detto “gli anni più belli e più brillanti sono davanti a noi, non alle nostre spalle.. ”. Era un uomo molto malato, stava morendo, eppure guardava avanti . Ai giovani diceva: “siate sempre affamati di vita”: le persone grandi, capaci di cose grandi, non sono mai nostalgiche, guardano sempre più lontano e pensano che il futuro è migliore del passato anche nei tempi di crisi: sono capaci di grande ottimismo e di aggregare intorno a questo ottimismo grandi progetti. Anche oggi gli imprenditori che muovono il mondo sono imprenditori ottimisti, capaci di futuro, convinti che “il più bello debba ancora cominciare”.
In sintesi Steve Jobs ci fa vedere che le grandi innovazioni economiche diventano anche grandi innovazioni civili: i suoi prodotti e la filosofia che vi ha messo dentro, hanno cambiato la vita delle persone, il rapporto con lo spazio, con la musica, la creatività. Sono stati molto più che “buoni prodotti“, hanno spostato in avanti le frontiere ed i paletti della vita civile. Ogni innovazione grande è sempre una innovazione civile che aumenta la libertà, le opportunità, la capacità delle persone. Egli ci ricorda che l’economia è vita, che l’impresa è un brano di vita in comune che funziona quando è espressione di creatività, di passione, di voglia di futuro: niente di più, ma neanche niente di meno che vita.
Credo che Steve Jobs sia un bellissimo modello di imprenditore civile che fa una economia per il bene comune, un’economia che proprio perché è veramente innovativa è amica della città, della gente. Senza questo tipo di imprenditore non si dà bene comune. Ecco perché Steve Job ci lascia una struggente nostalgia di futuro.

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