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giovedì 20 novembre 2014

Osservatorio Adolescenti: pensieri, emozioni e comportamenti dei ragazzi di oggi




Immagine 1
Fonte: Telefono Azzurro

GIORNATA MONDIALE DELL'INFANZIA


   Chi sono gli adolescenti oggi? 

La risposta di Telefono Azzurro e Doxa Kids

SOS Il Telefono Azzurro Onlus e Doxa Kids hanno pubblicato la ricerca “Osservatorio Adolescenti: pensieri, emozioni e comportamenti dei ragazzi di oggi”. 

L’Osservatorio Adolescenti ha coinvolto oltre 1500 giovani dagli 11 ai 19 anni su tutto il territorio italiano, con 100 domande su temi di particolare attualità, tra cui salute e alimentazione, tempo libero e sport, nuove tecnologie e vita online, percezione del proprio corpo e desideri, rapporto con genitori e amici, sessualità e scuola.
Ecco alcuni indicatori.

SELFIE. L’indagine mostra come il bisogno degli adolescenti di autoaffermazione e di “essere visti” sia passato, per molti ragazzi di oggi, da una necessità tipica dell’età a un’urgenza pervasiva, un obbligo autoimposto (“You like me ergo sum”), amplificato e condizionato nella sua espressione dai social network. Ciò contribuisce a spiegare non solo l’impennata nelle iscrizioni ai social, ma anche l’incessante bisogno di farsi dei selfie (uno/a su 4 se ne fa almeno uno al giorno, l’85% ne condivide almeno qualcuno sui social) e il ricorso ai programmi di fotoritocco prima di postare le proprie foto (1 ragazzo/a su 2).
NATIVI DIGITALI. Vivono in case hi-tech, le loro camere da letto sono stazioni ad alto contenuto tecnologico. Gli adolescenti di oggi sono always on, per ascoltare musica o radio (61%), per guardare video (60,2%), per fare ricerche per la scuola e i compiti (58,3%) per curiosare e navigare nel web (57,3%), per fare acquisti (22%), comprando online giochi (34,6% dei ragazzi), accessori di moda (22,3% delle ragazze), ma anche libri (17,6% delle ragazze). Ma a essere prioritario è il poter essere sempre in contatto con gli amici, fondamentale per l’89,7% dei ragazzi, attraverso Whatsapp e Facebook (li utilizza rispettivamente l’89,8% e l’82,3% degli intervistati).
CYBERBULLISMO. Se il gruppo dei pari è una presenza continua e costante, favorita e amplificata dall’iperconnessione, grazie alla quale ci si sente riconosciuti e accettati, alcune dinamiche adolescenziali online possono tradursi in comportamenti a rischio. Primo fra tutti il cyberbullismo, fenomeno che i ragazzi ben conoscono: l’80,3% ne ha sentito parlare; 2 su 3 (39,2%) conoscono qualcuno che ne è stato vittima, 1 su 10 ne è stato vittima. Risulta diffuso anche l’utilizzo dei social networks sotto l’età minima prevista (più dell’85% dei ragazzi intervistati conosce qualcuno che è iscritto a FB minore di 13 anni) e non mancano i rischi legati alla visibilità dei dati personali: 1 adolescente su 5 ha il proprio profilo totalmente pubblico sui social network. Profili aperti, nonostante il timore di un utilizzo indesiderato delle informazioni che i ragazzi condividono: più di 1 adolescente su 2 (63,6%) teme, infatti, che i propri dati possano essere raccolti ed utilizzati dal social per altri scopi. Se molti adolescenti appaiono informati e consapevoli dei rischi di Internet - e sembrano sapere come difendersi - altri dati mostrano adolescenti non sempre attenti a come proteggersi online, incapaci di prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Il bisogno di esserci, il desiderio di farsi vedere, farsi ascoltare, di condividere sembra abbassare in molti casi la soglia di guardia e prevalere su ogni cautela, come nel caso dei selfie inviati a sconosciuti e, a maggior ragione, del sexting (il 35,9% dei ragazzi conosce qualcuno che ha fatto sexting).
ALCOOL. L’indagine contribuisce a evidenziare come molti stereotipi debbano essere scardinati: alcuni comportamenti che per lo più sono stati associati agli adolescenti di sesso maschile, infatti, appaiono essere sempre più diffusi anche tra le ragazze, in primis l’uso di superalcolici (il 37,1% delle ragazze vs il 17,4% dei ragazzi ha dichiarato di assumere superalcolici), il numero di ubriacature nell’ultimo mese (52,9% delle ragazze vs 44,8% dei ragazzi ha dichiarato di essersi ubriacato almeno una volta nell’ultimo mese), i comportamenti violenti nelle relazioni di coppia (il 7,9% dei maschi vs 3,3% delle femmine ha dichiarato di essere stato picchiato dalla propria fidanzata), per rabbia e autodifesa.
SCUOLA. Luogo per eccellenza in cui adulti e ragazzi convivono e dialogano per costruire insieme il percorso della conoscenza, la scuola ricopre un ruolo di grande importanza nella vita di tutti gli adolescenti. Alla domanda su cosa desidererebbe nella scuola dei sogni, 1 adolescente su 2 (51%) ha risposto che vorrebbe che a scuola ci fosse più sport, oltre che più tecnologia (44%), musica, arte e cultura (42,7%), più attenzione alle emozioni (33,2%). Quasi 1 adolescente su 2 (il 49,6% del totale dei ragazzi intervistati) ritiene che nella scuola dei propri sogni ci dovrebbe essere un maggior orientamento verso il mondo del lavoro e maggiori occasioni di contatto con le aziende. Più di un quarto degli adolescenti intervistati (28,7%), inoltre, vorrebbe che la scuola offrisse una maggiore preparazione. I ragazzi chiedono, dunque, alla scuola una maggiore attenzione alla formazione, all’acquisizione di competenze e all’orientamento, mostrandosi tutt’altro che svogliati, passivi o demotivati: comunicano invece una grande curiosità e voglia di fare, desiderio di parlare del futuro con insegnanti e genitori, di cogliere ogni opportunità che venga loro offerta e di sfruttarla responsabilmente.
IMMAGINE. Ragazzi e ragazze si mostrano molto preoccupati per la propria immagine e il proprio aspetto fisico: le ragazze si vorrebbero più magre (42%) e belle (35%), tanto da ricorrere alla dieta nel 53% dei casi, mentre i ragazzi sarebbero più felici se fossero più muscolosi (42%). Le femmine sembrano essere, però, le più infelici del proprio aspetto: non si piace il 44% delle ragazze, al punto che una su 5 dichiara di aver pensato a un intervento chirurgico.
ALIMENTAZIONE. Accanto ad alcuni dati che mettono in luce comportamenti e atteggiamenti problematici, emerge la presenza di un contesto positivo e rassicurante per quanto riguarda alcuni aspetti molto importanti della vita degli adolescenti, in particolare l’alimentazione e la famiglia. La maggior parte dei ragazzi dichiara di avere un’alimentazione variegata (23,4%), equilibrata (21,7%) e sana/genuina (20,3%). Inoltre, l’89% degli intervistati afferma che nella propria casa c’è un’attenzione da moderata ad alta per il mangiare in modo sano. I ragazzi sono i primi a prestarvi attenzione: all’87,5% capita di fare la spesa e all’ 83,9% di scegliere i prodotti da acquistare.
FAMIGLIA. La dimensione familiare si conferma come luogo in cui i bisogni affettivi trovano risposta: per quasi 1 adolescente su 2 (48,2%) i genitori sono una presenza confortante e oltre il 65% dei ragazzi intervistati li considera persone di cui potersi fidare e con cui condividere vissuti ed esperienze. Tra le persone di cui si fidano di più, infatti, i ragazzi indicano quasi a pari merito i genitori (44,8%) - con una preferenza per le mamme rispetto ai papà (30% vs 16%) - e gli amici (45,7%). La riservatezza resta comunque un “must” dell’adolescenza - quasi 1 ragazzo su 5 (19,7%) afferma che i genitori non conoscono tutto quello che il figlio fa – così come la richiesta di maggiore libertà e autonomia, unita ad un vissuto di insofferenza davanti a tutto ciò che viene percepito come “limite” e “invadenza”: più di 1 adolescente su 4 (26,4%) ritiene che i suoi genitori dovrebbero fidarsi di più di lui/lei ed il 24% degli 11-14enni vorrebbe che i genitori concedessero loro maggiore libertà.

www.vita.it  
www.azzurro.it 

domenica 28 settembre 2014

ECCO L'EDUCATORE CHE VORREI!

Se avessi sedici anni o giù di lì 
che educatore vorrei?
Chi vuole conquistare un'anima a Cristo deve farlo con lo sguardo 
prima ancora che con le parole
Di Alessandro Ribeca

 La scuola è cominciata e, dopo gli oratori estivi, stanno per iniziare anche gli incontri in parrocchia. Così mi sono chiesto: se avessi sedici anni o giù di lì, che educatore vorrei?
Per rispondere ho lasciato parlare il mio cuore perché è lì che la ragione va a bussare prima di prendere decisioni, prima di fare scelte come quella di andare all’incontro o starmene a casa. Il cuore deve darmi delle motivazioni valide perché non sono disposto a fare qualcosa per la quale non trovo il senso.
Ecco, quindi, il mio cuore chiede, innanzitutto, un educatore che prima di qualsiasi parola, sappia catturarmi con lo sguardo.
Vorrei un educatore che si interessi alla mia storia prima di raccontarmi la sua, perché la mia sarà sicuramente più acerba, forse zuppa di preoccupazioni sciocche e di lanci di entusiasmo che si spengono nel giro di poco tempo, fatta di ingenuità, incoerenze, delusioni e momenti di rabbia, ma è mia e ho bisogno di qualcuno che la ascolti. Ho bisogno di un educatore che mi ascolti.
Vorrei un educatore che a fine incontro non mi dica “ci vediamo venerdì prossimo”, ma “ci sentiamo in settimana”. Vorrei un educatore che venga a vedere i miei allenamenti di calcio, che mi chieda come è andato il compito di matematica, che festeggi con me la sua laurea, anche solo con un gelato. Vorrei che il fango della mia vita, così come il cielo, si mescoli con il fango e il cielo della sua.
Vorrei un educatore che mi insegni sì a pregare, ma allo stesso tempo a non ridurre la mia fede a una questione intima tra me e Dio. Vorrei un educatore che esca dalle aule parrocchiali, che mi faccia immergere nella realtà, perché altrimenti questi incontri sarebbero autoreferenziali, lui verrebbe per sentirsi una persona impegnata e io forse perché se stavo a casa avrei dovuto studiare.
Vorrei un educatore che non venga a farmi dottrina, che non venga a ripetermi le pagine del guidino quando quelle pagine non lo riguardano; perché se quelle pagine non gli dicono nulla, come può trasmettermi qualcosa?
Vorrei un educatore stanco e affaticato per la sua giornata, ma felice di incontrarmi.
Vorrei un educatore che non cerchi di adularmi o conquistarmi con il suo buonismo, ma che se serve mi rimproveri, senza paura che me ne vada. Perché se mi ha dato ragioni per tornare all’incontro ogni venerdì, quelle ragioni restano e non è sufficiente un rimprovero per andarmene per sempre. Però voglio pure un educatore che non mi richiami davanti a tutti se arrivo in ritardo, ma mi accolga a braccia aperte, perché è felice che ci sia anche io. Poi, se dopo l’incontro, prima di rimproverarmi, mi fermasse per chiedermi spiegazioni sul ritardo, lo capirei.
Ma soprattutto, vorrei un educatore che mi incuriosisca raccontandomi cose che non so e che faccia vibrare il mio cuore perché dice cose che hanno a che fare con me. Che mi parli di poesia, di arte, di cinema, di musica, del tramonto sul mare, di tutto ciò che sia bellezza, perché la bellezza ha dentro di sé il mistero dell’esistenza e ci rimanda a Dio. Che queste cose le dica con passione. Vorrei un educatore appassionato, che quando dice qualcosa lo dica con l’entusiasmo di uno che quelle parole le ha prima vissute, ne ha fatto esperienza.
Vorrei un educatore che mi faccia sognare. Vorrei un educatore-sognatore. Un educatore che mi insegni a sognare, mi insegni a fare sogni aderenti alla realtà, mi insegni a scoprire la mia strada, le mie capacità, che mi aiuti a comprendere chi sono io. Un educatore che non mi dica cosa devo fare, ma che, piuttosto, mi insegni a fare scelte coerenti con la mia persona perché ogni scelta mi definisce. Vorrei un educatore che mi insegni a stupirmi, che mi trasmetta il suo stupore.
Vorrei, infine, un educatore che mi dia speranza, perché ha incontrato Cristo e questo è tutto per un uomo.
Sì, lo so, un educatore che riesca ad essere tutto questo forse non esiste, ma un educatore che ci prova senza nascondere le sue debolezze, le sue fatiche, i suoi dubbi, la sua umanità, è un educatore che ama ed è di questo che ho bisogno. Non ho bisogno di un educatore perfetto; ho semplicemente bisogno di un abbraccio.
***
Alessandro Ribeca è padre di famiglia, collaboratore de L’Ancora, scrittore. Ha pubblicato due libri: Il colore prima del Blu e La luce nei tuoi occhi.
Fonte: L’Ancoraonline
www.zenit.org 

venerdì 5 aprile 2013

La gioia di incontrare l'altro



Il bisogno di un vero dialogo 

La ricerca dell'altro riempie la nostra vita
 di gioia e di calore umano

                                                            di Carlo Climati
Dov’è l’altro? Che cos’è l’altro? Dove e come possono incontrarlo i giovani di oggi?
Agli inizi del terzo millennio le nuove generazioni hanno un disperato bisogno di incontrare gli altri, avvolti come sono in uno stato di frequente solitudine.
La solitudine più comune è certamente quella che nasce dalla televisione. Negli anni cinquanta, quando la TV arrivò per la prima volta in Italia, le persone uscivano di casa e si riunivano nei bar per vederla. Era un festoso momento di incontro, da consumare tutti insieme di fronte alle immagini in bianco e nero del "Musichiere" o di "Lascia o Raddoppia". Ma i tempi sono cambiati. La dimensione corale del piccolo schermo non esiste più. In ogni casa ci sono più televisori. Spesso i giovani si ritrovano soli, nella loro cameretta, di fronte ad uno strumento che li bombarda con messaggi discutibili e infiniti spot pubblicitari.
Un'altra nuova, grande solitudine è quella del gioco. Sembra scomparire l’antica cultura del cortile e della piazza, luoghi all’aperto in cui i bambini praticavano tradizionali giochi di gruppo, allegri e creativi. Erano parentesi di svago positive, in cui si stava insieme e ci si confrontava l'uno con l'altro. Non rappresentavano soltanto un'occasione di divertimento, ma soprattutto momenti educativi in cui ci si abituava ad avere delle regole, a lottare con correttezza e a rispettare l'avversario.
Oggi, purtroppo, si diffonde sempre di più la moda dei videogiochi, in cui il bambino si ritrova solo di fronte allo schermo freddo di un computer. Chi ne fa uso non compie attività creative. Si limita semplicemente a subire suoni, rumori, musiche ed immagini. Un tema ricorrente dei videogiochi è la lotta per la sopravvivenza. Il giocatore deve sostenere continue sfide per riuscire a mantenersi in vita ed accrescere il proprio potere. Il problema è che, a volte, il bene si confonde con il male. L’eroe buono diventa crudele come i suoi avversari cattivi. Utilizza i loro stessi metodi violenti e sanguinari. Pertanto, molti di questi videogiochi non possono affatto essere considerati educativi.
Un analogo meccanismo di solitudine, di fronte al computer, è quello che caratterizza il mondo di Internet. Tanti giovani trascorrono ore navigando tra un sito e l'altro o comunicando attraverso i social network.
Spesso le persone che intervengono in questi "salotti virtuali" non sono sincere ed indossano delle maschere. Il risultato è quello di una falsa comunicazione, che rischia di degenerare nell'isolamento, nell'incapacità di sostenere un autentico rapporto con gli altri. Un'altra solitudine piuttosto frequente è quella della discoteca. Molti ragazzi, durante il fine settimana, si recano nei locali da ballo cercando un momento d'incontro. Ma la loro voglia di comunicare viene soffocata da ambienti che ostacolano qualunque tipo di dialogo.
Il volume della musica è troppo alto e le luci psichedeliche impediscono di guardarsi serenamente negli occhi. Di conseguenza, le discoteche si trasformano in un disperato insieme di solitudini che ballano, rinchiuse nel proprio guscio di silenzio e di incomunicabilità. Sono tante, per i ragazzi di oggi, le occasioni di rinchiudersi in nuove, potenziali celle di isolamento. Tutto questo, purtroppo, comporta molti rischi dal punto di vista educativo. Non dimentichiamo che strumenti come Internet o la televisione trasmettono, a volte, messaggi, spesso ingannevoli. E quando si è soli, di fronte ad uno schermo, è più facile essere indottrinati e strumentalizzati.
Come combattere tutta questa solitudine? Prima di tutto è necessario offrire ai ragazzi le occasioni per stare insieme davvero, in modo comunicativo e creativo. I locali da ballo, ad esempio, dovrebbero essere ricondotti alla loro funzione originale di luoghi di incontro, limitando il volume della musica e creando ambienti più favorevoli al dialogo.
Infine è necessario alimentare nei giovani un'autentica cultura dell'impegno. Esprimersi attraverso i tasti di un computer, a volte, significa rifiutare di confrontarsi con altri esseri umani. Significa rinunciare ad impegnarsi, perché il rapporto con il prossimo rappresenta anche un impegno, uno sforzo per uscire dal proprio guscio. E' importante, invece, cercare le persone vere, vivere con loro, imparare a comprenderle e ad amarle sul serio. Non attraverso la barriera di uno schermo.
Questo sforzo personale potrà sicuramente contribuire ad una maturazione dei giovani, aiutandoli ad affrontare in modo più sereno il resto della vita.

www.zenit.org – 5.4.2013

sabato 2 giugno 2012

ADOLESCENTI, SCAUTISMO e CENTRI SCOUT


ADOLESCENTI, SCAUTISMO E CENTRI SCOUT


Alcuni spunti di riflessione e di dibattito
                                                                                                    Giovanni Perrone

Il recente Rapporto Eurispes  evidenzia che “gli adolescenti rischiano di esistere per la società solo come caricature che riportano ed esasperano pochi tratti distintivi, generalmente quelli più evidenti e mediaticamente accattivanti. Difficile sentir parlare delle loro aspirazioni, delle speranze e dei sogni, trattati come limiti, anziché come risorse”. 
          Il metodo scout è stato fondato a misura dei ragazzi, proprio di quei ragazzi (in particolare 14-16 anni) che oggi creano preoccupazioni a famiglie ed educatori e che le unità scout facilmente perdono. Vivere da adolescenti non è facile, specialmente in un tempo in cui si viene tempestati e disorientati da mille messaggi, da differenti e contrastanti stili di vita e dalla costante tentazione di restare chiusi in casa, di fronte al computer, con l’illusione di essere nel mondo e di avere mille relazioni. Inoltre, la precarietà di tante famiglie rende ancor più problematica la vita di tanti ragazzi. Ogni giorno la cronaca ci racconta la fatica di dar senso alla vita che hanno numerosi giovanissimi. L’ambigua relazione con il cibo, il consumo di alcol e droghe, le varie forme di violenza, il sesso consumato in età sempre più giovane, le morti per velocità o imprudenza, lo zapping e i fast food di pensieri e di azioni, la solitudine e le varie forme di alienazione del sabato sera, la difficoltà a seguire percorsi di studio appaganti ed efficaci ….  testimoniano fragilità di vita e di valori, nonché la carenza di percorsi di crescita caratterizzati da continuità e integralità e supportati da adulti e luoghi di qualità.
               Da ben quarant’anni ho l’onore (e l’onere) di  animare un centro scout  e di trascorrere parte di ogni estate con ragazzi che partecipano ai campi nazionali di specializzazione e (grazie al costante e proficuo confronto con gli altri capi del Settore  Specializzazioni e dei Centri Scout) sono testimone di aspirazioni, tensioni, tendenze, valori e competenze di tanti adolescenti, nonché della loro capacità di far del proprio meglio, con forte passione, quando sono coinvolti in attività adeguate e significative e della loro cocente delusione, invece, quando sono costretti a vivere forme di scautismo “flaccido”, parolaio, ritenuto infantile, ripetitivo e noioso. Ogni anno il Settore Specializzazioni dell’AGESCI accoglie nelle varie Basi d’Italia circa duemila adolescenti, impegnandoli in campi di competenza che sono molto apprezzati dai partecipanti. Il Settore, perciò, costituisce un buon osservatorio sulla realtà adolescenziale. Inoltre, la già quadriennale esperienza delle RETE dei CENTRI SCOUT ITALIANI, che accoglie annualmente nei vari Centri aderenti oltre ventimila scout, permette di constatare luci ed ombre del mondo adolescenziale  e di riflettere sul modo di vivere lo Scautismo in Italia e all’estero.
                 Lo Scautismo non è il toccasana per ogni male, ma costituisce un buon accompagnamento ed orientamento per moltissimi adolescenti. Mi riferisco, in particolare, agli adolescenti perché ritengo questa età a forte rischio e carente di quella attenzione di cui avrebbe bisogno in ogni ambiente educativo. I gruppi scout, perciò, dovrebbero sapersene far carico per rispondere idoneamente alle numerose e complesse sfide educative lanciate quotidianamente dai ragazzi.
        Non posso non tener conto che alcuni aspetti peculiari della vita scout, quali la fraternità e l’amicizia, la progettualità, l’interazione tra il dire e il fare, l’operosità, l’impegno concreto e costante, la maturazione di capacità idonee a risolvere i problemi, il confronto e la cooperazione tra pari e tra generazioni e culture diverse,  il rispetto di se stessi  e dell’ambiente,  la dimensione spirituale, lo spirito di servizio, la riflessività  favoriscono la maturazione di una cittadinanza attiva e costituiscono ottimi antidoti a comportamenti illegali o passivi o autoreferenti che umiliano la persona e ostacolano lo sviluppo della nostra società.
                 Ogni tanto è opportuno rileggere i libri di B.-P. per “rispolverare” le fonti e riflettere sull’impegno educativo nello Scautismo. Baden-Powell, nel Libro dei Capi, invita gli educatori a tener presenti alcune qualità tipiche dei ragazzi: lo spirito (l’entusiasmo, la capacità di vedere il lato buffo delle cose, l’allegria … ), il coraggio (la spinta a far del proprio meglio, la voglia di “andare oltre” e di mettersi alla prova … ), la fiducia in se stesso (il provare e riprovare, la voglia di essere trattato da grande, la soddisfazione per i risultati conquistati … ), l’acume (osservazione, intuizione, percezione, deduzione …), l’attrazione verso l’eccitante, la responsività (la voglia e capacità di seguire delle persone che danno entusiasmano, hanno fiducia e coinvolgono il ragazzo … ), la fedeltà (unitamente alla disponibilità ad aiutare gli altri).  Sono, questi, punti forti che ritengo ancora attuali, da interpretare alla luce dell’odierna situazione sociale. Inoltre, B.-P. riassume magistralmente “i tre elementi indispensabili  al mondo del ragazzo” in “ridere, lottare, mangiare!”. Tenendo conto delle attuali letture sociologiche riguardanti questa fascia di età (ma, non solo), quali sono le strategie più opportune per un’efficace educazione scout?  In che maniera possono essere valorizzate le qualità tipiche dei ragazzi al fine di renderli protagonisti della loro crescita e aiutarli a sviluppare pienamente i talenti posseduti e divenire buoni cittadini?
               Alla luce dell’esperienza maturata, ritengo che alcuni aspetti tipici dello Scautismo da valorizzare adeguatamente, sia negli ambienti scout sia in ogni ambiente educativo, perché risorse per l’oggi e per il domani, possano essere:
 a.     Essenzialità
        In una società “complessa” che privilegia il consumo e il superfluo, l’essenzialità è un valore da riscoprire giorno per giorno. Siamo tutti chiamati alla sobrietà!  Essa è l’arte di scegliere quel che vale. E’ l’arte di assicurare all’agire proprio e delle istituzioni quella leggerezza pensosa che, lasciando inutili zavorre, permette di volare in alto. E’ l’arte che evita alle istituzioni di perdersi nei meandri e nei labirinti delle procedure (asservendosi ad esse) e che aiuta a percorrere sentieri di giustizia. L’essenzialità dovrebbe permeare la vita di ogni scout (ed anche delle associazioni scout), non solo nei progetti, ma anche nelle “piccole cose “ della quotidianità.  Ci sono, infatti, tante azioni dello scouting che favoriscono la maturazione di comportamenti idonei sia nel parlare sia nell’agire. Per esempio, il saper misurare i tempi delle riunioni e del parlare, il saper dare spazio alla riflessione e alla contemplazione, ma anche il preparare lo zaino o il menù, l’utilizzo dei pali e del cordino per le costruzioni, il saper lavare i propri panni piuttosto che portarsi dietro un intero corredo, il riparare ciò che non funziona, la manutenzione degli ambienti e degli attrezzi, il saper scegliere il servizio utile piuttosto che quello che gratifica … Una intensa e vera vita all’aperto è una continua scuola di essenzialità!
          L’educazione all’essenzialità aiuta a divenire “costruttori” piuttosto che sterili “consumatori”; aiuta a misurare il parlare in una società di chiacchieroni; insegna a valorizzare tempo, spazi, risorse. Favorisce la trasparenza dell’agire e del dire, sviluppa il senso del limite, aiuta a superare una mentalità di violenza, fa camminare senza inutili zavorre materiali e mentali. La pratica dell’essenzialità è particolarmente urgente in questo momento di recessione economica in cui occorre invertire la tendenza al  folle consumismo, all’usa e getta, a stili di vita irresponsabili. Giustamente siamo invitati a conquistare lo stile della decrescita. L’essenzialità non va “parlata”, ma agita nella quotidianità. Le buone pratiche dell’essenzialità affinano la capacità di scegliere e sono sostenute da una buona manualità.
            Il Centro Scout, evitando ogni tentazione di commercializzazione, del “tutto pronto” e “tutto incluso”, può essere spazio privilegiato ove apprendere o potenziare le buone pratiche. Ad esempio, organizzando laboratori di manualità, per la “cucina povera”, per il riciclo di cibi e materiali, spazi per lavarsi quotidianamente la biancheria …., nonché educando all’uso oculato delle risorse idriche ed energetiche e dei materiali …. A proposito di energia elettrica, il privilegiare l’uso di luci discrete e diffuse ai grandi riflettori permette di evitare spreco energetico e inquinamento luminoso. Ogni attività svolta nel Centro Scout deve rispondere a criteri di sobrietà, di valorizzazione ambientale, di costi ridotti al necessario e di attivo e responsabile coinvolgimento di adulti e ragazzi.
b.     Avventura
       Lo spirito di sana avventura è necessario in una società che sovente presenta come modelli di avventura la sopraffazione, il consumismo, lo sterile protagonismo, la strumentalizzazione della persona, la simulazione, l’alienazione, la fuga dalla realtà, l’apparire piuttosto che l’essere.  I ragazzi amano il rischio e hanno bisogno di vere avventure che li aiutino a crescere. E’, perciò, necessario educarli a “saper rischiare sul probabile”, a gestire il rischio, a non aver paura del nuovo, a possedere il senso del limite. E’ opportuno educare alla cura della sicurezza,che però non si trasformi in alienante e fobica immobilità. Se gli educatori non sanno loro offrire ai ragazzi valide ed educative occasioni di avventura, i ragazzi si tuffano in pseudo - avventure, in avventure alienanti, folli e spesso mortali (quel che succede tutti i sabato sera!). Tra l’altro, l’avventura può aiutare i ragazzi a vincere quella “mancanza di desiderio” evidenziata dall’ultimo Rapporto Censis.
        L’avventura per gli scout è una “strategia educativa”. Essa caratterizza la vita scout e dà ad essa sapore e valore; è esperienza concreta; è esercizio e sviluppo di conoscenze e abilità per la maturazione di competenza; è impegno “a volare in alto”. Lo Scautismo è, infatti, capacità di giocar bene il “grande gioco della vita”, è gusto di impegnarsi sino in fondo, è ricerca di soluzioni nuove per risolvere i problemi che si incontrano, è voglia di far bene ogni cosa. L’avventura è entusiasmo, gioia di vivere, antidoto alle diffuse forme di depressione, inedia e alienazione che talora fanno violenza alla vita adolescenziale.
          L’avventura richiede e stimola autonomia, competenza, impegno, disponibilità, vivacità intellettuale e progettuale, costanza, coraggio, sacrificio, capacità di mettersi in gioco, intelligente e responsabile uso delle regole. Lo spirito di avventura unisce l'iniziativa personale, la fantasia, la competenza a quella dose di spregiudicatezza e di rischio propria del ragazzo, in un’esperienza continua di conquista e di realizzazione di un progetto voluto e condiviso. Essa non si riduce ad una semplice ed occasionale attività, ma è anzitutto un modo di affrontare la vita e di spendere se stessi per far del proprio meglio Perciò è metafora della vita ed occasione per apprendere stili e competenze maturabili e spendibili per tutto l’arco del vivere.   
         La vita all’aperto è il luogo tipico e insostituibile dell’avventura scout! È’ vita  pienamente e competentemente vissuta, non simulata o ovattata. La vera avventura è supportata da grandi ideali, è lo spirito dei santi e dei profeti, è  anche capacità di lasciare il sicuro per il probabile, è saper guardare oltre l’orizzonte … L’avventura scout è sempre una grande ed agognata risorsa per gli adolescenti.
         Lo Scautismo ha alcuni simboli tipici dell’avventura: la tenda, il fuoco, le stelle, le carte, le tracce, i sentieri. Ha dei mezzi specifici: il campo e le uscite, gli hikes, le routes, le veglie, il deserto, il gioco. Ha azioni ben definite: prepararsi, scegliere, orientarsi, confrontarsi, valutarsi, aiutarsi, riflettere, prendere decisioni rapide, controllare le emozioni, mettersi in cammino, condividere azioni e percorsi, esercitare la solidarietà … Sono azioni concrete, non virtuali, che perciò sfidano continuamente la persona a far meglio e affinano la personalità di ciascuno.
       Un Centro Scout, rifuggendo dalla tentazione di trasformarsi in commerciale luogo di pseudo avventure, può fornire occasioni e percorsi per far vivere ai ragazzi avventure positive, stimolanti ed adeguati all’età, in cui ci sia spazio per il protagonismo e la valorizzazione di ciascuno, per la sfida a se stessi, per l’esercizio e la maturazione di competenze, per la gratificazione personale e comunitaria.
        Perciò, il Centro Scout non può essere un “hortus conclusus”, ove trascorrere in pace e in sicurezza delle giornate, ove “razzolare” come polli in un pollaio, ma uno spazio educativo che sfida ogni ragazzo a far del proprio meglio per esplorare l’ambiente che lo circonda e aprirsi al mondo. In tal senso il Centro Scout può fornire stimoli e sussidi, ed anche attrezzature e spazi idonei per documentare e far sintesi delle esperienze vissute che poi potranno essere raccontate ad amici e familiari, oltre al supporto di adulti responsabili, competenti e significativi.  E’ opportuno chiedersi: “Che cosa racconterà ai coetanei un ragazzo che ha trascorso diversi giorni in un Centro Scout? Di che cosa potrà essere fiero?”
 c. Competenza
        Oggi, in campo educativo, c’è un forte dibattito sul significato delle competenze e della competenza. La competenza ha un valore personale e sociale. Lo Scautismo ha sin dalle origini valorizzato l’esercizio di competenze per acquisire la competenza del vivere con e per gli altri. La conquista delle specialità e dei brevetti è un concreto esempio. Lo Scautismo è, infatti, capacità di servire: “Non c’è scautismo senza servizio” (B.-P.). Per servire bene occorre avere disponibilità, costanza, progettualità, umiltà e competenza. La competenza è, perciò, padronanza di conoscenze e abilità che divengono stile di vita, modo di interagire con se stessi e con il mondo.
                Le tecniche tipiche dello scouting, se ben adoperate e ove opportuno adattate alle esigenze dell’oggi, fanno maturare specifiche competenze e conquistare dei valori (per costruire un tavolo al campo, per progettare e realizzare una route… occorre sviluppare il senso della progettualità, della comunità, dell’essenzialità, della disponibilità, dell’accoglienza …). Sono esse tecniche utili a risolvere i problemi della quotidianità, fanno interagire mani e testa, favoriscono autonomia e responsabilità; sono attività concrete e nel contempo metafora del vivere (per esempio, topografia e orientamento insegnano a non perdersi e a ritrovarsi per raggiungere una meta, educano a progettare il cammino della propria vita e a superare le difficoltà in base a un orientamento valoriale).
            La competenza è un percorso di crescita che richiede impegno, costanza, progettualità, sistematicità. Perciò aiuta a superare la frammentazione e lo “zapping” pseudo-esperenziale spesso tanto caro al vivere quotidiano.
          Competenza è anche saper fare interagire il bene e il bello, ciò che è utile e ciò che è buono. Si pensi, per esempio, alla scelta del luogo ove situare un campo scout: c’è da tener conto di criteri di efficacia e di efficienza, di estetica e di rispetto dell’ambiente, nonché di sicurezza. C’è da assicurare ordine e pulizia, da utilizzare adeguatamente gli spazi e i materiali, da valorizzare creatività e competenza, da costruire un ambiente accogliente; c’è da assicurare un’idonea e costante manutenzione; c’è da cooperare utilizzando le competenze di ciascuno e favorendo il cosiddetto “trapasso delle nozioni” perché ognuno sia una risorsa per l’altro... Questo significa mettere la competenza al servizio del bene comune: è esercizio di cittadinanza attiva!
           Il mondo virtuale, ove la cosiddetta generazione digitale spesso si rifugia, può fare illudere di saper fare tutto perché lo si è visto fare. La competenza, invece, costringe a sperimentare la capacità di far bene e con stile, di portare a termine il lavoro intrapreso, di valutare l’opera realizzata, di essere gratificato per il buon lavoro svolto.
          Un Centro Scout, rifuggendo dalla tentazione di far vivere esperienze fugaci e frammentarie, seppur appaganti, può avere spazi laboratoriali ove apprendere o affinare specifiche competenze, ove il dire e il fare possano interagire al fine di realizzare quanto progettato, ove si apprende  a lavorare con e per gli altri. A tal fine si possono valorizzare specifiche competenze di quanti lo frequentano e di esperti da utilizzare come “maestri di competenza”. La manutenzione quotidiana dei luoghi, delle strutture e degli attrezzi (nonché il miglioramento di essi) sarà concreto impegno per conservare e migliorare il “bene comune” e, nel contempo, metafora della manutenzione costante della persona al fine di migliorare se stessi e “lasciare il mondo migliore di come lo si è trovato”. Perciò, è opportuno sollecitare quanti utilizzano il Centro Scout ad assolvere a specifici incarichi ed anche a individuare occasioni di servizio utili al miglioramento del Centro ( o dell’ambiente circostante) o impegni concreti per il “trapasso delle nozioni” a favore di coloro che nello stesso periodo utilizzano il Centro.
             La vita scout, se bene agita favorisce la maturazione di competenze per vivere bene e per costruire un mondo migliore, cioè di quelle “competenze strategiche” adeguate a gestire il futuro. Una competenza strategica primaria, di tipo ‘meta’ è quella di governare l’incertezza e di affrontare attivamente il cambiamento. Adattarsi, anticipare, innovare, rischiare diventano, quindi, competenze strategiche di primaria importanza, attrezzi culturali di sopravvivenza di soggetti e organizzazioni. Si pensi, ad esempio, a competenze strategiche quali  equilibrio emotivo, capacità relazionale, problem solving, creatività, autonomia, capacità di mettersi in discussione e  di rigenerarsi. Sono competenze quanto mai necessarie per non perdersi nei labirinti dell’oggi e andare “in route” per le vie del mondo con fiducia verso un futuro incerto e mutabile, un futuro da costruire con generoso impegno e adeguata competenza.
         Infine, non possiamo dimenticare che gli adolescenti, di fronte ai tanti non luoghi della quotidianità hanno necessità di luoghi significativi, hanno  sete di interagire con adulti significativi che,  con sapienza e saggezza, con discrezione ma con costanza e lealtà, li accompagnino nel loro cammino e sappiano aiutarli, anche nei momenti più difficili, per raggiungere mete elevate. L’ambiente scout può essere luogo significativo di relazioni e di crescita. La vita scout favorisce il cammino comune tra generazioni diverse ove adulti, giovani e ragazzi, nella valorizzazione dei talenti e delle competenze di ciascuno e dei vari ruoli, sanno l’un l’altro farsi dono di  sogni, sfide, entusiasmo, risorse, pensieri, progetti, esperienze, competenze.
        Perciò, quanti prestano servizio nel Centro Scout sono chiamati ad essere testimoni di relazioni significative e di tipico stile scout; adulti di esempio, di stimolo, di orientamento e di riorientamento, con umiltà, con spirito di servizio e di solidarietà, con costanza e con generoso impegno, nei confronti  di tutti coloro che  fruiscono del Centro.